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STORIA DELLA MEDICINA PER IMMAGINI

ANTONIO MOLFESE
 

LA TRAPANAZIONE DEL CRANIO NELL'ANTICO PERU'

L'ILLUSTRAZIONE

Nell'arida e assolata costa della penisola di Paracas, sull'Oceano Pacifico, un chirurgo peruviano del I secolo si accinge a effettuare un'operazione di trapanazione, servendosi di alcuni coltelli di ossidiana dura, di una pianta narcotica, di cotone e di bende. Durante l'effettuazione della rischiosissima operazione, gli assistenti tengono immobile il paziente e un sacerdote invoca l'intervento sovrannaturale mediante incantesimi e preghiere.

 

PREMESSA

Curare i malati è come forare una perla, e il medico deve usare ogni cura per non distruggere la perla affidata alle sue mani.

Gli studi di paleopatologia si fondano, come già accennato, sull'esame di alcune categorie di reperti. Ricordiamo anzitutto gli 'uomini delle torbiere', rinvenuti in Danimarca, Germania e Olanda e risalenti al 1000 a.C. circa, a cavallo tra Età del Bronzo ed Età del Ferro. Lo stato di conservazione di questi reperti è straordinariamente buono, sebbene gli scheletri abbiano sofferto molto dell'acidità dell'ambiente. I corpi mummificati costituiscono anch'essi una tipologia molto interessante perché possono essere studiati anche utilizzando tecniche di laboratorio molto elaborate. Un esempio di recente rinvenimento è la 'mummia umida', ritrovata nel 1991 sul ghiacciaio alpino del Similaun, al confine tra Italia e Austria, e attualmente conservata al Museo Archeologico dell'Alto Adige a Bolzano. Essa risale a circa 5300 anni fa ed è comunemente chiamata `Otzi'.
Tuttavia, i reperti più abbondanti e diffusi sono senza dubbio quelli scheletrici, la cui utilizzazione a fini di ricerca presenta però dei limiti, in quanto l'osso riflette e conserva solo una parte della patologia da cui era stato colpito. Questa può essere individuata mediante osservazione al microscopio o per mezzo di analisi radiologiche o chimiche. In particolare, tra i reperti scheletrici di epoca preistorica vanno annoverati i crani trapanati.
La trapanazione del cranio è stata largamente praticata dai popoli preistorici, e le sue modalità di realizzazione sono oggi ben note. È da notare che i reperti della chirurgia preistorica sarebbero davvero scarsi (un osso con una punta di freccia; una punta di coltello di pietra rimasta conficcata in un astragalo; ossa dipinte di rosso in tombe neolitiche), se non esistesse appunto il vasto capitolo dei crani trapanati, rinvenuti in tutti e cinque i continenti
(1). In particolare, nel 1925 l'archeologo peruviano Julio César Tello(2) ne trovò un esteso deposito nella penisola desertica di Paracas (200 chilometri a sud di Lima), e affermò senza ombra di dubbio che le trapanazioni erano tutte state eseguite su persone vive, come testimoniavano i segni di rigenerazione dell'osso sui margini del foro. Se i crani trapanati rinvenuti in Francia(3) e in Italia sono preistorici, quelli peruviani appartengono alle civiltà Mochica e Paracas, cioè al I secolo a.C.(4); i fori sono in parte rotondi, eseguiti con raschiatoi, in parte quadrati, eseguiti con quattro tratti di sega; sono associate frequentemente fessure radiali e tangenziali, che sono tipici segni di frattura; nei crani peruviani i fori si trovano sull'osso occipitale.
È stupefacente, dunque, la frequenza di trapanazioni del cranio presentata dai teschi venuti alla luce. Da uno studio accurato di queste trapanazioni, che sono senza dubbio le più meravigliose testimonianze dell'abilità manuale dell'antico chirurgo-stregone, si è potuto stabilire che in alcuni casi esse erano eseguite sul cadavere (e sono le più numerose), in altri sull'individuo vivo, ma deceduto dopo l'intervento per l'insuccesso dell'atto operatorio o per sopravvenute complicazioni (non c'era neppure la più pallida idea di disinfezione) o infine (sono i casi più rari) sull'individuo vivo e sopravvissuto all'intervento con esiti di guarigione, come si deduce dalla cicatrizzazione senza complicanze della superficie di sezione: in tali casi, l'operatore era dunque già perfettamente padrone della tecnica.
Le trapanazioni del primo gruppo erano suggerite senza dubbio da ragioni e pratiche religiose: estrarre gli spiriti bellici del nemico ucciso o trarre dal suo cranio rotelle ornamentali. Quelle del secondo e terzo gruppo, invece, dovevano essere praticate con veri e propri intenti curativi: molto probabilmente miravano a far uscire dal capo del malato il demone cattivo, forse in casi di cefalee persistenti o croniche, di isterismo e di epilessia. Rimane comunque mirabile la tecnica con la quale le trapanazioni erano eseguite, tecnica che, se in alcuni casi si limitava a due incisioni curve e convergenti agli estremi, nella maggior parte giungeva a segare un rettangolo osseo, previa trapanazione del cranio ai quattro vertici del rettangolo stesso, o a ricorrere a serie di forellini allineati in modo da distaccare una porzione rettangolare o rotonda della calotta cranica.
Questa operazione chirurgica, di cui troviamo prove tanto sicure in crani di data preistorica, provenienti da diverse parti del mondo, viene ancora praticata da alcuni popoli primitivi (in alcune isole del Pacifico meridionale, la trapanazione viene eseguita ancora oggi come rimedio contro l'epilessia, la cefalea e la pazzia).
Trapanazioni praticate nelle razze primitive in varie parti del mondo
(5), molto distanti le une dalle altre, sono state studiate attentamente ed è stato accertato che l'intervento veniva eseguito in caso di fratture traumatiche, spesso conseguenti alle lotte fra tribù. Lo strumento per la trapanazione era un pezzo di conchiglia o di ossidiana. Dopo l'asportazione della tavola cranica, la ferita era bendata con strisce di gambo di banano o di papiro; quando dopo la trapanazione erano presenti segni di rigenerazione ossea, era indizio evidente di guarigione. La mortalità era del 20% circa, ma ciò era dovuto più al trauma originario, piuttosto che alla successiva operazione; in conclusione, quindi, i motivi della trapanazione tra i popoli primitivi erano, da una parte, di ordine religioso-magico, dall'altra, terapeutico.
Hilton-Simpson
(6) descrive con dovizia di particolari la trapanazione del cranio da parte degli Arabi; l'arte medica era ereditaria, si tramandava da padre in figlio e all'occorrenza veniva seguito anche il trapianto osseo per rimpiazzare ossa distrutte da ferite o da malattie (a tale scopo si adoperavano ossa di cani o di bovini appena uccisi e i risultati erano ottimi). Questi medici empirici arabi, avendo discrete conoscenze di chirurgia, operavano generalmente al cranio per fratture in seguito a percosse, non coinvolgevano nel taglio una sutura e la dura madre non doveva in alcun caso essere lesa. L'intervento consisteva nell'asportazione di un lembo circolare del cuoio capelluto, quindi l'osso veniva forato mediante un piccolo trapano e una seghetta di metallo. Anche in questi casi, le motivazioni della trapanazione del cranio erano varie: per motivi terapeutici, per le malattie di coloro che erano considerati in preda al demonio, e diagnosticate come epilessia, alienazione, tumore del cervello, nevralgia del trigemino(7); anche le fratture violente della volta cranica erano curate con la trapanazione.
Per la trapanazione, nell'Età della Pietra veniva utilizzato un attrezzo litico (ossidiana), il cui taglio era probabilmente migliore di quello delle lame metalliche ed il punto più propizio per l'intervento era la zona parietale. Curiosa era la tecnica seguita dai chirurghi peruviani: due giorni prima dell'intervento si rasava accuratamente il cranio e vi si applicavano alcune foglie di coca per ammorbidirlo e anestetizzarlo. Il giorno dell'intervento, previa semianestesia generale con una bevanda alcolica, la base del cranio veniva fissata con una specie di garrota stretta con lana di lama; si incideva poi lo scalpo con uno strumento in rame, argento e oro a forma di T rovesciata, detto Turni, che penetrava fino allo strato intermedio della volta cranica (diploe). Si asportava infine questo primo tassello con l'aiuto di punte di ossidiana e di apposite pinze; seguiva a mezzo del Turni, il taglio del tavolato osseo interno (era il momento più delicato dell'operazione, dato il pericolo di ledere organi delicati meningi e seni venosi). Una volta asportato il secondo tassello di osso, si tamponava la breccia con del cotone dopo avervi cosparsa una polvere a base di mercurio o di solfato di rame; la ferita veniva fasciata con bende di cotone o di stoffa e la breccia ossea veniva protetta con una placca di metallo (oro, argento e piombo) o corteccia di zucca.
Il problema dei crani trapanati ha costituito e costituisce un enigma di cui gli studiosi stanno cercando di comprendere le ragioni mediche e non quelle per le quali sono state effettuate queste pratiche. Le soluzioni proposte sono numerose e la più semplice è la teoria animistica, l'ipotesi di una pratica magica intesa a estrarre dalla testa del paziente, malato o colpevole, i demoni o gli spiriti nocivi che vi albergavano, ma non vi è nulla che comprovi la realtà di questa asserzione. L'altra ipotesi è che si tratti di una pratica terapeutica, giusta o errata, applicata per certi disturbi: e questa ipotesi è suffragata dalle trapanazioni praticate su crani che avevano subito fratture. Gli etnologi infine hanno notato che, per quanto riguarda i crani di epoca più recente, le aree in cui si rinviene la trapanazione corrispondono alle aree in cui venivano usate la fionda e la clava a testa grossa (queste armi provocavano fratture craniche molto frequenti, che invece erano rare presso i popoli che usavano armi a punta). Ora l'accostamento è certamente suggestivo, esclude qualsiasi intento mistico o rituale nella trapanazione e, secondo il concorde parere degli studiosi, può essere trasposto dai primitivi più recenti ai primitivi più remoti; si tratterebbe quindi di vera e propria medicina pratica, o magica, ma non di rito religioso.
Si trapanava perché si avevano affossamenti in seguito a traumi violenti o per caduta, oppure era la cefalea persistente che fosse o no post traumatica, o si apriva il cranio per la cura dell'epilessia.
Le testimonianze a nostra disposizione sono troppo scarse perché possiamo arrivare a conclusioni definitive circa il modo in cui è sorta l'arte del guarire; non è tuttavia irragionevole supporre che le cure delle ferite o delle malattie si siano sviluppate secondo due filoni distinti. Il primo, fondato su credenze magiche e religiose, consisteva nel trattare 'l'anima' del paziente o nel persuadere o forzare lo spirito malefico, che era entrato nel suo corpo, ad uscirne; il secondo, usato all'inizio soltanto per disturbi di poco conto, aveva i caratteri della medicina popolare o domestica e gran parte della sua essenza sussiste ancora, perfino nei popoli civilizzati (con l'andare del tempo, i due metodi si sono intrecciati e mescolati). Ad esempio, la trapanazione del cranio, praticata in origine per permettere a un demone di uscirne, finì per venir applicata nei casi di frattura del cranio con depressione del frammento osseo, e più tardi ancora in molte altre lesioni intracraniche; è anche degno di nota il fatto che la medicina popolare, pur contando alcuni rimedi razionali, ne ha molti estremamente irrazionali ed è intimamente mescolata a superstizioni, incantesimi e altre forme di magia, il che dimostra che il concetto originale — la malattia come il fenomeno sovrannaturale — è persistito inalterato attraverso i secoli fin dai tempi neolitici.

 

LA SCHEDA

Uno dei più importanti atti medici, storicamente parlando, è la trapanazione del cranio, un intervento chirurgico effettuato sulla testa e sul cranio di un individuo vivo.
Crani che risalgono a 8000 o a 10000 anni fa e che recano evidenti segni di trapanazione costituiscono quasi l'unica prova disponibile dell'attività medica dell'uomo preistorico del Vecchio Mondo. Ma questi crani costituiscono anche la prima prova di attività mediche praticate nel Nuovo Mondo nell'Età della Pietra, che in diverse zone durò fino all'arrivo dell'uomo bianco, nel XIV secolo.
Non è possibile stabilire con certezza se la trapanazione abbia avuto origine in modo indipendente nelle varie aree geografiche, o si sia diffusa partendo da un unico centro originario situato nel Vecchio Mondo. Le testimonianze della pratica di aprire il cranio umano con mezzi chirurgici artificiali vanno dalla Preistoria all'Era moderna. Sono stati ritrovati diversi crani trapanati in Francia e in altre parti d'Europa, in Nord-Africa, in Asia, in Nuova Guinea, a Tahiti e in Nuova Zelanda.
Nel Nuovo Mondo la pratica era particolarmente diffusa, dal momento che numerosi reperti sono stati trovati nell'isola di Kodiak in Alaska, tra gli Indiani che abitavano sia l'entroterra sia la costa occidentale, e in varie aree del continente americano fino alle regioni andine dell'America del Sud. Alcuni antropologi ed etnologi ritengono che gli antichi popoli del Nord e del Sud America vi siano giunti traversando una striscia di terraferma, oggi sommersa sotto lo stretto di Bering, portando con sé tecniche e culture di matrice euroasiatica. Si pensa che questa gente si sia spinta a sud fino allo stretto di Magellano dove, secondo Junius Bird
(8), già nel VII millennio a.C. viveva una popolazione di cacciatori nomadi. Ales Hrdlicka(9) afferma: «Essendo la procedura [della trapanazione] molto complessa, è più probabile che abbia avuto origine nel Vecchio Mondo e da lì si sia poi diffusa in America. La sua vasta diffusione [nell'emisfero occidentale] avvalora chiaramente la tesi di una matrice asiatica».
Sembra che nel Nuovo Mondo il più importante centro di pratica intensiva della trapanazione fosse il Perù. In questa zona risulta che tali operazioni sono state di uso comune da prima dell'inizio dell'Era cristiana fino al XX secolo.
A differenza delle antiche civiltà europee e asiatiche, gli antichi Peruviani non possedevano una lingua scritta, e noi purtroppo non siamo in grado di capire il significato degli spaghi annodati (quipus) di cui probabilmente si servivano per registrare e documentare gli eventi. Per questa ragione la maggior parte delle informazioni sui Peruviani proviene dall'esame delle mummie e del corredo funebre che le accompagna, nonché delle loro magnifiche ceramiche sulle quali sono spesso rappresentate persone ammalate o con mutilazioni causate da infezioni come la uta (leishmaniosi) e il morbo di Carrion. Su questi antichi documenti peruviani di ceramica, forgiati con grande abilità, elaborazione artistica e non poco umorismo indigeno, sono anche raffigurate diverse scene e pratiche legate alla medicina.
Sebbene delle popolazioni nomadi abitassero quei luoghi già da un'epoca precedente e sebbene in Sud America si possano individuare dei precisi nuclei di civiltà già dal 2500 a.C., i reperti che testimoniano l'uso della trapanazione sono più numerosi tra i popoli sedentari che abitavano la stretta fascia costiera occidentale. Le civiltà Chimù e Mochica, che si svilupparono a partire dal 500 a.C., mostrano, ad esempio, tali testimonianze.
Le loro tombe contengono parecchi crani trapanati e le loro ceramiche, sulle quali sono raffigurate quasi tutte le attività quotidiane, presentano anche delle scene di trapanazione. Tuttavia, la fonte più ricca di informazioni in proposito proviene dai Paracas, un piccolo gruppo di persone con un grado di civiltà piuttosto avanzata che occupava l'area attorno alla penisola di Paracas, a sud di Lima. Questa civiltà precedette la fondazione dell'impero Inca di parecchi secoli e, all'epoca in cui gli Inca furono conquistati dagli Spagnoli, era già stata dimenticata.
«Tra la gente di Paracas non c'erano solo eccellenti artisti (come dimostrano i loro magnifici ed elaborati tessuti e le splendide ceramiche scolpite a fuoco), ma anche uomini di scienza» afferma Rebeca Carrión Cachot
(10). «Fecero grandi conquiste nel campo della medicina e soprattutto in quello della chirurgia [...] Praticavano delle audaci trapanazioni su aree estese del cranio e tali aperture venivano poi ricoperte con lastre d'oro».
Tra i reperti rinvenuti in Perù la percentuale dei crani trapanati con successo è altissima. Questi antichi Peruviani erano in grado di eseguire un'operazione che, fino alla fine del XIX secolo, i chirurghi occidentali consideravano molto pericolosa. È stata anche rilevata la reiterazione dell'operazione su uno stesso individuo: uno dei teschi, ad esempio, mostra cinque fori di trapanazione. La sopravvivenza del paziente è dimostrata in molti casi dalla prova dell'avvenuto processo di cicatrizzazione postoperatoria.
In Perù il frequente ricorso alla trapanazione era probabilmente associato a parecchi disturbi comuni e le ferite alla testa erano indubbiamente la ragione più frequente, come sottolineano Muniz e McGee
(11), i quali osservano: «Se si prendono in considerazione il genere di armi offensive usate dagli antichi Peruviani nelle loro terribili guerre combattute quasi corpo a corpo [fionde, grandi bastoni di legno, mazze dentate, bastoni di pietra e asce], è facile comprendere che le fratture complesse del cranio con depressione delle lamine ossee dovevano essere molto comuni». Molti crani trapanati indicano che tali fratture comminute motivarono l'operazione; tuttavia la trapanazione veniva probabilmente impiegata anche nel tentativo di alleviare emicranie o malattie mentali. La pratica alquanto diffusa di deformare artificialmente il cranio (appiattimento occipitale e frontale- occipitale) rendeva questi disturbi più frequenti qui rispetto ad altre zone ove essa non era di uso comune. È possibile che coloro che praticavano tale operazione mirassero a liberare i demoni e i diavoli, piuttosto che ad alleviare la pressione cranica.
«Quali che fossero le ragioni» affermano Wakefield e Dellinger
(12) «esse dovevano sembrare appropriate agli interessati, in quanto l'operazione era terribilmente pericolosa date le condizioni in cui l'uomo primitivo era costretto ad agire [...] una certa autorità da parte di colui che operava e dei suoi assistenti doveva essere una condizione necessaria».
I Peruviani usavano per la trapanazione degli affilati coltelli di ossidiana, pietra e bronzo, nonché strumenti di osso, bende, cotone nativo e altre attrezzature supplementari. Tra i procedimenti vi erano la rifinitura, la raschiatura, la segatura e il taglio. Alcune incisioni venivano fatte con dei tagli a croce, altre erano quadrate, poligonali, circolari o ovali e venivano anche praticate delle perforazioni. Nessuna parte della volta cranica veniva risparmiata. Hrdlicka
(9) scrive: «I chirurgi primitivi molto spesso osavano più di quanto oserebbero i moderni. Alcune operazioni, dall'esito peraltro positivo, venivano eseguite direttamente sui grandi vasi sanguigni (seni venosi). I chirurghi primitivi delle Ande utilizzavano come 'tappi' vari oggetti: a volte una zucca o un osso, altre volte dei pezzi di conchiglie, più raramente dell'argento sbalzato». Evidentemente questi antichi chirurghi si rendevano conto del pericolo di esporre all'aria le ferite aperte e per questo motivo erano soliti applicare delle bende; diversi crani trapanati sono stati infatti ritrovati accuratamente bendati.
Ma la trapanazione era solo una delle attività degli antichi chirurghi peruviani. Essi aprivano i seni venosi infiammati, asportavano i tumori e amputavano arti sostituendoli con protesi. Nell'antico Perù l'amputazione veniva effettuata non solo come procedimento chirurgico, ma anche come intervento punitivo o rituale.
Nonostante questi progressi, la medicina peruviana rimase strettamente legata alle pratiche religiose. Le malattie erano ritenute principalmente una conseguenza del peccato, per cui la confessione, fatta in presenza di una speciale categoria di sacerdoti, e i riti di purificazione erano importanti forme di cura. Le malattie inoltre erano diagnosticate e curate attraverso uno strano 'rito di trasferimento'. Ecco, afferma Ackerknecht, come la cavia, originaria del Perù, ha iniziato la sua triste carriera in ambito medico. Le cavie venivano dapprima tenute sulla parte malata del paziente, allo scopo di assorbirne la causa, poi venivano fatte a pezzi e studiate per ricavarne la diagnosi. Il sacrificio agli dèi, compresi i sacrifici umani, erano un'altra forma di cura.
Il graduale passaggio da una spiegazione sovrannaturale delle patologie ad una spiegazione naturale si può individuare nella credenza dei Peruviani che i venti e le stagioni fossero la causa di certe malattie. In origine, si pensava che i venti portatori di malattie fossero in realtà degli spiriti o delle divinità, ma a poco a poco si iniziò a considerarli come delle normali forze della Natura. Questo concetto ebbe una notevole influenza sulla medicina preventiva peruviana, che rappresenta probabilmente il secondo grande merito dell'antico Perù.
Alcuni procedimenti, in realtà, avevano la caratteristica di riti magico-religiosi; ma i rifornimenti di acqua pulita, un buon sistema fognario e la regolamentazione legale dell'alimentazione, della vita sessuale e delle ore lavorative si collocavano ben al di fuori della sfera religiosa. Come in Europa, il clistere veniva tradizionalmente impiegato a scopo terapeutico.
Una pratica originale della medicina peruviana, finalizzata alla ricerca del benessere generale della popolazione, era l'attenta considerazione delle origini geografiche delle truppe e di tutti coloro che dovevano partecipare alle spedizioni in territori e climi sia di montagna che di pianura. In un paese con altitudini molto diverse, non era possibile sostenere cambiamenti repentini delle condizioni ambientali, senza rischi per la salute.
I guaritori Inca del Perù venivano nutriti con i prodotti provenienti dai campi dell'Imperatore, detti anche 'campi del sole', mentre ai malati e agli storpi venivano dati da mangiare i frutti della 'terra della tribù'. Nel tentativo di scoraggiare una possibile specializzazione, seppure rudimentale, la legge degli Inca esigeva che i chirurghi, i salassatori e gli altri guaritori dovessero essere anche dei competenti erboristi.
Uno dei maggiori contributi dati dal Perù alla civiltà è la sua straordinaria raccolta di piante medicinali, molte delle quali erano sconosciute in Europa prima delle spedizioni spagnole del XVI secolo. Tra le più note ricordiamo le foglie di coca, da cui si ricava la cocaina, e la corteccia di china, da cui si estrae il chinino. E' dimostrato che tali piante erano conosciute e utilizzate già parecchi secoli prima che gli Europei giungessero nel Nuovo Mondo. Oltre alle piante officinali, i Peruviani usavano anche dei rimedi derivati da fonti animali e minerali.
Senza dubbio, la medicina dell'antico Perù può essere giustamente paragonata alle pratiche mediche delle antiche civiltà del Vecchio Mondo, come quella egizia o quella mesopotamica.

 

NOTE

1 - Il primo venne rinvenuto in Francia nel 1873 dall'archeologo P. B. Prunieres (Sur les cranes artificiellement perforés et les rondelles cràniennes à Pépoque des dolmens, «Bulletin ade la Société d'Anthropologie de Paris», 9,1874) ed era certamente del Neolitico Superiore. Sensibilizzati all'argomento, archeologi e paleontologi ne rinvennero altri 200 nelle caverne francesi, poi in tutto il mondo. Nel 1928 ne fu trovato uno anche nella valle del Liri, tra Casamari e Monte San Giovanni Campano, assieme ad armi neolitiche, ceramiche, oggetti di bronzo. Poi si aggiunsero i crani peruviani, tutti più recenti Su 46 di questi, raccolti dal Museo Pigorini di Roma, 14 presentavano fori rotondi o quadrati.

2 - J. C. Tello Rojas, Craniectomí a prehistórica entre los Yauyos, Lima 1906.

3 - Nelle grotte artificiali della valle del Petit-Morin, nella Marna, sono state rinvenute 'rondelle craniche', frammenti di teca cranica con un foro rotondo al centro; infine, associati a dolmen nella regione a nord di Parigi si sono trovati crani femminili con il 'T sincipitale', una traccia profonda a forma di T, forse ottenuta con un ferro rovente, che segue la sutura tra i parietali e tra questi e l'occipite.

4 - I Paracas del Perù usavano come arma, non più di 2000 anni fa, una grossa stella di pietra con un buco al centro, che veniva infilata in un bastone e che poteva provocare gravi ferite alla testa.

5 - Oltre che da Prunieres, molti crani perforati furono rinvenuti in Francia da P. Broca (Sur des sujets soumis à la tre'panation chirurgicale néolithique, «Bulletin de la Société d'Anthropologie de Paris», 11,1876), che dimostrò in modo inconfutabile che quelle aperture erano praticate con un raschietto di pietra focaia e avevano spesso uno scopo terapeutico; in alcuni casi le parti asportate erano sostituite con pezzi di osso, prelevati da altri crani umani o da animali. Nella maggior parte di questi reperti si osservano i segni di una avvenuta rigenerazione, i bordi lisci e smussati stanno a dimostrare che il paziente era sopravvissuto alla prova e aveva continuato a vivere per alcuni anni. In Perù fu trovato un cranio con non meno di cinque fori, separati gli uni dagli altri. Su circa mille crani peruviani, 19 furono trapanati (alcuni subirono due e uno tre operazioni); in alcuni testi peruviani, l'apertura anziché ovale è quadrilatera e lo strumento usato è il coltello a forma di T, detto 'turni', che l'Accademia Peruviana di Chirurgia ha scelto per emblema. Pochi crani sono venuti alla luce in Inghilterra; in uno di questi, dal momento che il bordo non mostrava segni di rigenerazione, bisognava supporre che l'operazione avesse provocato la morte del paziente. In un'isola della Nuova Guinea, molti indigeni — si ritiene — si sottoposero a trapanazione del cranio in gioventù per favorire la longevità e nel Daghestan (Mar Caspio) essa era praticavata per tutte le ferite della testa ed era il feritore a dover pagare il chirurgo.

6 - M. W. Hilton-Simpson, Arab Medicine and Surgery. A Study of the Healing Art in Algeria. London 1922.

7 - E. Guiard, La tre'panation crlinienne chez les néolithiques et chez les prirnitifi nzodernes, Paris 1930.

8 - J Bird, Antiquity and Migrations of the Early Inhabitants of Patagonia, «Geographical Review», XXVIII, 2, 1938.

9 - A. Hrdlicka, Trepanation among Prehistoric Peoples, especially in America, Ciba Symposia, 1, 6, 1939.

10 - R. Carrión Cachot de Girard, La religión en el antiguo Perù, norte y centro de la costa, periodo post-clàsico, Lima 1959.

11 - M. A. Muniz, W. J. McGee, Primitive Trephening in Perù, «Report of the Bureau of Ethnology», vol. 16(1894-95), Washington 1897.

12 - E. G. Wakefield, S.C. Dellinger, Possible Reasons for Trephening the Skull in the Past, in Ciba Symposia, 1,6, 1939.
 


 

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