Notizie dall'entroterra

Roberto Zito

Il titolo di questa raccolta mi auguro non inganni il lettore, traendolo a frettolose e superficiali conclusioni sul contenuto e sulle tematiche in essa affrontate.

“Notizie dall’entroterra” e sì un titolo che rimarca, ed in modo certamente non celato, una precisa volontà di affermare un’appartenenza, eppure, nel contempo, esso ben sintetizza e richiama una metodologia che è propria di quanti, attraverso una ricerca meticolosa e quotidiana, cercano di rendere più articolate ed esplicative notizie o se vogliamo eventi, altrimenti destinati, così presi a sé stanti, ad apparirci del tutto insignificanti.

Ho sempre inteso la mia ricerca come un percorso fatto di piccoli passi, l’uno all’altro consequenziale, paragonabile per certi aspetti al lavoro di un orefice, impegnato a decifrare complicati ingranaggi attraverso la lettura di minuscoli e, solo in apparenza, inutili congegni.

Entroterra o retroterra, dunque, non solo come riferimento territoriale ma individuazione di uno spazio metafisico che, e questo credo possa definirsi ben più di una semplice percezione, ognuno sente pulsare nella parte più nascosta e recondita del proprio cuore.

La breve raccolta che presento al lettore si compone in definitiva di una prima parte dedicata ad una valutazione più generale sul come interpretare e concepire l’arte e di una seconda, più propriamente poetica che, divisa a sua volta in tre distinte e separate sezioni, si prefigge, certo con velleità, di affrontare le grandi tematiche legate all’uomo ed al senso più ampio ed ancora largamente inesplorato del suo “esistere”.

Notizie dall’entroterra: poesie “dell’anima e del sogno” ,“della mode e dell’amore”, “della memoria e degli uomini”, quindi.

Viaggio non intorno ma dentro l’uomo, affrontato come da chi, attraverso una ricerca meticolosa e continua, si prefigge di arrivare a se stesso e di conseguenza a tutto quello che gli resta intorno, quand’anche ben cosciente della possibilità di come tutto ciò possa facilmente trasformarsi in azione inconsistente, poiché, vero è che il lessico in poesia ed il

linguaggio utilizzato nell’arte in genere, altro non è che un mezzo, uno strumento il cui unico fine è quello di attirare ed irretire l’attenzione su ben altre argomentazioni che non quelle formali, ma altrettanto sentita è la difficoltà di far combaciare, in un continuo compromesso,questi due aspetti (il come dire le cose ed il dire qualcosa), tramutati non di rado, come lo stesso “scrivere”, in un esercizio mutile e doloroso, del tutto simile ad un voler scavare nella roccia a mani nude.


 

Appunti, non del tutto oggettivi, sul concetto di arte

(ovvero)

riflessioni, soggettive, sulla “volontarietà” nell’arte

 

Firenze, 10 Aprile 2000     

 

Se pur completamente preso dalla bellezza di questa città, anche in questi giorni non ho potuto non pensare, e con una certa insistenza, al significato, alla finalità, a ciò che si contraddistingue ed individuiamo con una certa facilità guidati dal nostro inconscio come arte o opera d’arte.

Per lungo tempo, in modo del tutto istintivo e procedendo in una sommaria similitudine, ho accostato “l’opera d’arte” e quindi percepito la sua grandezza rapportandola solo ed esclusivamente alla capacità, più o meno sviluppata, di chi l’aveva prodotta, di trasmettere nell’osservatore in modo fedele e puntuale la realtà che andava a rappresentare.

Un paesaggio riprodotto fedelmente era per me “un ‘opera d’arte”.

Un viso, una scena, una situazione riportata su una tela, descritta in un racconto, fatta rivivere fedelmente attraverso una partitura musicale, quanto più somigliante al suo originale tanto più era da considerarsi, a mio avviso, “un’opera d’arte”.

Il tempo e la continua evoluzione che in ognuno di noi è, ovviamente, mi hanno fatto cambiare idea eppure, preso dalla foga di chi troppo in fretta vuoi giungere alla sua meta, ho commesso in seguito l’errore di pensare che non tutto quello ma solo ed unicamente il suo opposto era arte.

Tutto ciò che era improvvisazione, tutto ciò che superava la realtà, il gesto istintivo e solo quello era, e doveva, considerarsi e definirsi arte.

Oggi, invece,dopo tanto aver cercato sento di poter affermare che la verità si trova non nell’uno o l’altro opposto ma nel centro.

Non la riproduzione fedele della realtà né il suo puro e semplice superamento possono aprioristicamente considerarsi espressioni artistiche.

La realtà così come la vediamo, (bella o brutta, piacevole o sgradevole, armoniosa o meno), è comunque perfetta ed assolutamente non totalmente riproducibile.

Potremmo ridisegnare e riprodurre un albero o un paesaggio, descriverlo con novizia di particolari mediante uno scritto; potremmo riprendere un volto, rappresentare finanche i sentimenti che lo animano e così via, eppure ci sarebbe del tutto impossibile ristabilire le condizioni che rendono quella realtà, apparentemente solo ed esclusivamente visiva, irripetibile.

La bellezza di un paesaggio, di un volto, o di qualsivoglia cosa o situazione è certo determinata da ciò che vediamo e non solo.

Il percepire è certo non solo un fatto visivo; da qui la impossibilità di ricreare con assoluta precisione l’esistente che tra l’altro non ha bisogno di essere riprodotto poiché di per sé già elaborazione irripetibile.

 

Quale, dunque, lo scopo dell’arte?

 

In molti si sono prodotti nel tentativo di dare risposta a questo quesito, lunghe ricerche si sono mosse in questa direzione con taluni”eletti”,certo non moltissimi, che innalzandosi dalla massa sono riusciti ad individuare un percorso, un tracciato, un labile segno che gli indicasse la meta.

I tanti movimenti,le molteplici esperienze susseguitesi nel tempo verso questo hanno teso.

Espressionismo,Impressionismo, Realismo, Cubismo, Futurismo, Astrattismo ecc., così come ogni avanguardia, per quanto apparentemente proiettati in avanti, di poco o niente si discostano, se non per un fatto puramente formale, da quei primi segni lasciati dall’uomo sulle pareti delle caverne che ci riportano agli albori dell’umanità.

E’ la stessa forza e desiderio che ha sospinto quella mano, spingendola a produrre dei segni con una pietra appuntita, che ancor oggi determina questa nostra necessità di trasmettere, comunicare, rappresentare.

Rappresentare e comunicare: è questo il fine.

Fin dai primordi questa necessità è stata determinata dal bisogno di conoscere e “conoscersi” ma soprattutto dall’esigenza dell’uomo di portare il suo “pensiero” aldilà di ogni prevedibile ed inevitabile fine materiale.

Come ogni attività umana, anche l’arte, dunque, che in apparenza pare sprigionarsi dalla “vita” e per la “vita”, tende e si muove e scaturisce dal bisogno di portarsi al di là di questo punto di passaggio insito nella caducità di tutto ciò che è visibile ma anche di tutto ciò che è invisibile.

Il pensiero e l’intelligenza non di rado s’imbattono in questo punto che è anche confine e separazione tra “conoscenza” e “non conoscenza” ed è allora, nel preciso istante che ciò avviene che in fondo la creazione assurge, a mio avviso, ad arte.

Non solo il “Novecento” ma l’arte in genere va letta attraverso questa chiave poiché solo così diventa comprensibile ed accettabile quella distinzione, che pur ha ragion d’essere, tra “arte minore” e “maggiore” e che contraddistingue il valore di un’opera da un’altra.

La perfezione di Michelangelo, la genialità di Leonardo, la maestria di Caravaggio e così via, certo sono qualità riscontrabili fin dalla “superficie” di ciò che hanno creato (la delicatezza e la sicurezza del segno, la capacità di riprodurre fedelmente una realtà visiva, la grandiosità delle scene, il perfetto accostamento del colore ecc.) eppure la vera grandezza della loro opera va necessariamente cercata al di là di tutto questo.

Non solo in ciò che appare, dunque, ma in ciò che sono riusciti a comunicare e trasmettere al di là della rappresentazione stessa va ricercata la loro grandezza.

 

Spesso mi sovviene l’immagine di un piccolo quadro nella chiesa del mio paese che, tra gli altri, per lungo tempo, quand’ero ancora un ragazzo, suscitò il mio interesse.

Era una “Madonna con bambino” dipinta su una tavola da un autore sconosciuto, databile all’incirca intorno al 1600 ed assolutamente perfetta, magnifica nell’impostazione e nel colore, curata fin nel più piccolo particolare.

Ricordo ancora come nell’osservarla rimanevo affascinato ed emozionato dinanzi a tanta bellezza e perfezione eppure, nel contempo, non posso dimenticare che veniva quasi naturale chiedersi in che cosa si discostava, cosa la faceva diversa e meno importante di una “Madonna” del Mantegna o di Raffaello o di tanti altri considerati “grandi”.

A distanza di anni sono tornato in quella Chiesa e con mia grande sorpresa, nel medesimo punto ove un tempo era posta quell’opera, essendo l’originale sottoposto a restauro, ho ritrovato una sua riproduzione fotografica.

Ebbene solo allora, solo alla vista di quella riproduzione sono riuscito a dare risposta a quei miei dubbi giovanili.

Quella riproduzione di poco o nulla si discostava dal suo originale e l’uno e l’altro erano sì perfetti ma privi di espressione.

Quei volti, pur perfetti nelle proporzioni e nel colore, nulla esprimevano: non un sentimento, non uno stato d’animo, non un dubbio,non una certezza, nessuna domanda, nessuna risposta; nulla esprimevano e trasmettevano in chi si poneva ad osservare.

Ecco, quindi, da cosa erano determinate quelle percezioni e tutto questo per dire che se per arte dovesse intendersi la semplice riproduzione fedele di ciò che vediamo il suo scopo sarebbe ben misero ed addirittura superato dai tanti mezzi che la tecnica oggi ci offre.

La fotografia, la cinematografia, la grafica computerizzata, se davvero tutto si esaurisse nella semplice riproduzione di ciò che vediamo, possono e sanno fare molto meglio.

L’istinto, specie in pittura, ci porta ad assimilare l’arte ad una sorta di estetismo per eccellenza con taluni, (ancora moltissimi a dire il vero), che guardano ad un quadro come ad un essenziale pezzo d’arredo il cui scopo è unicamente quello d’abbellire una sala, ben intonandosi al resto dei mobili ed alla carta da parati.

Ma chi ha visto Giotto e si è spinto al di là della sua invenzione prospettica, chi dalla Cappella Sistina alle invenzioni di Mirò, da Antonello da Messina a Egon Schiele a Modigliani a Picasso; chi in tutto questo, al di là della forma e del “linguaggio” utilizzato, è riuscito a vedere ben oltre, a trovare un filo comune, un comune denominatore, sa quanto falso ed inutile sia quel modo di percepire l’arte.

In fondo questa non è che una necessità, una forma di espressione, un metodo, l’unico forse in suo possesso, utilizzato dall’artista per comunicare.

Metodo, quindi, che lo caratterizza e fa diverso dagli altri non per suo vezzo ma per condizione.

Quella stessa condizione che lo vede sempre un passo più avanti, sempre un poco più in là, ammirato, eppure, nel contempo, deriso e schernito; mai completamente compreso, mai completamente accettato, mai completamente integrato al resto dell’umanità.

Un’artista è come un bambino che, per uno strano scherzo del destino e nonostante le cognizioni e le nozioni di oggi,venisse iscritto ad un’ipotetica scuola di mille anni fa.

I suoi compagni lo ammirerebbero, di certo sarebbero affascinati dal suo sapere e dalle sue idee, eppure mai lo accetterebbero totalmente, mai lo sentirebbero uno di loro, mai lo amerebbero completamente.

 

Su questo filo, in continuo equilibrio, si snoda la vita di chi fa “arte” e non necessariamente per creare il “bello” ma per dare,prima a se stesso e poi agli altri, risposte sul perché delle cose, sul loro senso e su quello più ampio della vita, ogni volta con un segno ed un linguaggio differente, ogni volta da un’angolazione diversa a dimostrare che sostanzialmente nulla muta se non il punto da cui ognuno si pone ad osservare.

 

Paul Gauguin titolava una sua tela: da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo? Dubbi antichi come il mondo le cui risposte restano ancora inevase e la cui ricerca di soluzione sembra essere stata demandata a pochi, quasi la massa avesse abiurato issando dinanzi a queste tematiche esistenziali un vessillo di resa e riponendole in un buio cassetto.

L’arte invece, che non può esimersi, non solo si è posta da sempre dinanzi ad esse scontrandole frontalmente o solamente sfiorandole, ma da tali tematiche ha preso la propria essenza ed ha mosso i suoi primi passi e la conseguente sua evoluzione.

Evoluzione che si potrebbe racchiudere sostanzialmente nella individuazione di due predominanti ramificazioni.

La prima, di cui qualcosa innanzi già si è detto, che potremmo definire un filone filosofico - esistenziale e la seconda, sviluppatasi molto tempo dopo l’av-vento stesso dell’uomo, che definirei etico - sociale - politico, in merito al quale mirabili esempi potrebbero riportarsi, specie riferiti a questo ultimo secolo, a sottolineare lo stretto legame che pure intercorre tra l’opera d’arte e tutto ciò che attiene la vita dell’uomo da un punto di vista organizzativo e della non sempre facile sua convivenza con i propri simili.

Analizzare, condannare, approvare o meno comportamenti umani o tipologie organizzative presuppone necessariamente schierarsi, condividere un’appartenenza sociale, ideologica e politica ma soprattutto presuppone l’aver acquisito e fatte proprie le cognizioni e le conoscenze che ci aiutino a comprendere cosa realmente sia un uomo.

Schierarsi civilmente,intellettualmente e socialmente in quella che è una continua disputa tra forti e deboli, tra potenti ed umili, tra buoni e cattivi presuppone l’aver chiarito e superato il “perché” ed essere giunti ad analizzare il “come” si esiste acquisendo per scontata la realtà che, altrimenti, potrebbe definirsi solo ed esclusivamente virtuale e percepita.

Eticamente ognuno è chiamato a confrontarsi quotidianamente su questioni che determinano continui squilibri, che evidenziano disuguaglianze ed iniquità nei diritti che dovrebbero essere di tutti ma che i fatti dimostrano appartenere a pochi, eppure nel mio caso, per quanto profondamente colpito dalle continue ingiustizie che il mondo presenta, tali problematiche paiono non appartenermi completamente non avendo ad oggi ancora ben compreso che cosa è veramente un uomo e da dove muove questo strano ingranaggio chiamato universo.

La storia così come la quotidianità è colma di eventi che travalicano il comune concetto di male e che si portano anzi ben oltre, ma anche in questi casi, al di là di ogni scontata presa di posizione morale, la coscienza non è in grado di stabilire quanto di quel sentimento mostruoso che ha permesso e continua a permettere il perpetuarsi di crimini aberranti non sia in fondo ad ogni uomo. L’illusione è credere che il bene precluda al male e viceversa ed il non individuare l’uno e l’altro come le facce opposte di una stessa medaglia significa dare una distorta interpretazione della natura umana e non solo.

Di fronte ai peggiori crimini commessi dall’uomo sui suoi simili e su ciò che gli resta intorno, una legittima aspirazione al bene deve necessariamente allertare ed inorridire la coscienza di ognuno quand’anche sarebbe pura follia minimizzare questi comportamenti unicamente e semplicemente come mostruose individualità.

Gli esempi negativi susseguitesi nel corso dei secoli,puntualmente sono stati rimossi ed etichettati,con troppa facilità, come eccessi individuali partoriti da una “mente malata”,ma chi ha visto i singoli unirsi e trasformarsi in un branco di iene, chi ha visto una mano brandire un coltello ed affondano nel petto del suo vicino, chi ha visto un volto scavato dalla fame e quanta indifferenza produce l’occhio impaurito dell’agnello destinato al macello sa che non è così; chi ha visto e conosce tutto questo, nello specchio pur distorto della storia, seppure in lontananza e confusa tra le altre, intravede la sua immagine e ne ha terrore e non riesce bene a definire qual è il labile segno che separa il suo essere uomo dallo sciacallo e l’avvoltoio.

E’ troppo accomodante l’idea che ci siamo fatti del vivere: l’uomo al centro dell’universo e tutto il resto a ruotargli intorno, con la fede che inizia là dove finisce la conoscenza e con un pendolo alla parete che scandisce minuti ed ore e giorni e anni e inizio e fine, che nulla hanno di reale se non l’illusonia pretesa di racchiudere l’infinito in un guscio di noce.

 

Nel tempo abbiamo trovato una dimensione accettabile, l’unica facilmente comprensibile, ed è per esso che abbiamo rinunciato a cercare realizzando attraverso calcoli astrusi l’illusione del presente che non va al di là di una vuota parola se lo si estrapola dal contesto, altrettanto illusorio, che con l’individuazione di un punto iniziale determina, nella sua evoluzione, gli opposti poli di passato e futuro.

 

Ma un uomo è davvero il solo frutto di un gesto che l’ha concepito?

 

Non è forse egli stesso il risultato di un’evoluzione a caduta che ha visto, prima ancora del suo inizio e della sua nascita, il concepimento dei suoi genitori e dei suoi nonni e dei genitori e nonni di questi ancor prima e così via in un viaggio a ritroso che riconduce la molteplicità dell’umanità verso un unico punto.

 

La storia dell’uomo non è data dalla somma di tante piccole frazioni temporali ma da una continuità che è sì perpetua trasformazione ma che proprio per questo, non lasciando intravedere né inizio né fine, riduce ogni apparente movimento in assoluta staticità.

Il ruotare di una lancetta nella sua ripetitività determina, quindi, staticità e non movimento ed in ciò che è statico, immobile, privo di moto l’unico dato certo è l’esistere, l’esserci a prescindere e senza il presupposto del passato, del presente o del futuro che nulla hanno di reale se li si estrapola dal concetto che vuole la vita come un fluire, come un andare verso qualcosa; altrimenti, in questa appariscente forma materiale, in questo involucro che è il corpo è chiaro che tutto necessariamente deve rapportarsi al tempo ed ogni sforzo, ogni tentativo, ogni ricerca finalizzarsi ovviamente al conseguimento di un irrealizzabile suo azzeramento.

La tecnologia, la scienza ed ogni sforzo umano in definitiva verso questo tendono: affinare le tecniche, accelerare i processi, studiare sempre nuovi mezzi che permettano di realizzare un maggior numero di azioni in frazioni di tempo sempre più piccole.

Ma voler ridurre il tempo a zero non è pur sempre il percepire un’intuizione, l’idea vaga e fumosa di un pensiero che vola forse troppo alto ma poi neanche tanto se ci fa presagire che l’esistere non può e non deve essere inscritto ed ancorato ad un semplice dato temporale.

Concepire in sì fatto modo la vita legandola a questo solo fattore è come guardare al mondo che ci circonda ed all’intero universo attraverso un imbuto rovesciato con il “tutto” soggetto ad una continua espansione il cui inizio potrebbe essere anche intuibile ma con il prima e il dopo destinati a restare incomprensibili.

Se la vita fosse davvero quel minuscolo segmento che intercorre tra una nascita ed una morte ogni comportamento, ogni azione, anche la peggiore, diverrebbe lecita e giustificabile.

Il libero arbitrio auto concessosi dall’uomo, la salvaguardia della sopravvivenza di ogni singolo anche a

scapito di quella dei suoi simili, la difesa del più meschino degli interessi individuali diverrebbero non solo atteggiamenti leciti ma dovere di ognuno nei riguardi di se stesso.

Usare il condizionale in questi casi è per me un obbligo poiché la vita potrebbe verosimilmente essere solo questo così come l’esatto suo opposto e tutto questo emerge, anche se forse non sempre con la dovuta chiarezza, in ciò che faccio.

Al di là di alcune spinte verso aspetti che attengono al “sociale”, determinate in vero più da sentimenti passionali che da pensieri razionali, il mio interesse sembra concentrarsi ed essere attratto dalla natura, allo stato per niente compresa, dell’essere uomo e non è un caso se nei miei dipinti e nei miei scritti le figure nulla hanno di reale se non pochi tratti che ne lasciano intuire le forme.

 

Gli uomini e le donne che io vedo non hanno segni di riconoscimento, non hanno naso, bocca e occhi, non hanno anima, (o meglio se pure ne hanno una non riescono pienamente a percepirla), e tutto ciò li rende delle macchine pur piacevoli da vedersi ma completamente svuotate.

In ogni figura, ben oltre il colore, vi è il desiderio di rappresentare il nulla ma oltre ciò vi è nel contempo la necessità di lasciare uno spiraglio, una fessura da leggersi nei colli spropositatamente allungati e nelle labbra appena accennate; tracce queste di una speranza che è un auspicio per l’uomo a ché la sua visione possa spingersi al di là di ogni orizzonte visivo per poi essere comunque comunicata.

Ma il tentare di rappresentare “il nulla” potrebbe indurre l’osservatore a pensare immediatamente ad una forma di astrattismo e, quindi, di conseguenza ad una forma di casualità di segni ed immagini che in arte non è assolutamente possibile attuare e che impone, dunque, un approfondimento ed un chiarimento particolare.

In vero proprio in questi giorni mi è capitato di pensare con maggiore frequenza ed attenzione a quest’aspetto della “creazione” che certo non è di secondaria importanza.

Lo facevo, per esempio, in occasione di una mia visita alla Basilica di San Miniato al Monte, ove, appena entrato, il mio interesse è stato immediatamente catturato da un Crocifisso ligneo la cui datazione sembra essere stata individuata all’incirca intorno al XIII secolo.

Al di là dei colori e delle rappresentazioni, ciò che maggiormente mi ha colpito è da ricercarsi nella figura del Cristo che risulta, in seguito ad un deterioramento dovuto agli anni, privo del volto, particolare questo che ha fatto riaffiorare in me una strana sensazione e la percezione di un concetto che pure mi portavo dentro da tempo.

In definitiva rappresentare “la crocifissione” non è descrivere una scena ma richiamare una simbologia che travalica lo stesso significato dell’accaduto e del narrare per approdare a ben altri significati religiosi e filosofici, pertanto “il Cristo” non è che un mezzo, la materializzazione di una figura e quindi di una scena che preannuncia un evento, la resurrezione, di per sé già concetto e teoria dell’immateriale.

Come sottolineare ed evidenziare, quindi, in modo migliore tutto questo se non attraverso una figura che non ha volto, che non ha segni di riconoscimento se non nell’impostazione ed in quella drammatica apertura delle braccia che comunque è pur sempre la rappresentazione di un antefatto descrivibile in pittura anche attraverso la semplice riproduzione di una croce.

Nel caso di quel Crocifisso ligneo, dunque, la natura aveva operato una serie di modifiche sostituendosi di fatto al “pensiero” dell’artista ed attivando così un processo descrittivo, sicuramente innovativo ma poco importante perché determinato dal caso.

Ma in arte, come già si diceva, nulla può essere lasciato alla casualità ed eccoci così giunti al punto cruciale di queste mie riflessioni: rappresentare, interpretare, descrivere può essere frutto della “volontà” e di nient’altro.

Distendere una grossa tela e spruzzarci sopra dei colori potrebbe produrre lo stesso effetto di una poesia ritagliata parola per parola e fatta ricadere dall’alto su un foglio bianco.

Nell’essere rilette, quelle parole, mischiate fra loro e per una fortuita congiuntura, potrebbero anche produrre un suono piacevole ma niente di più.

Ben altra melodia, invece, è quella che si chiede alla poesia, alla pittura, alla scultura ed all’arte.

Il segno, il tratto di un’opera non potrà mai essere il risultato di una improvvisazione ma il solo frutto di una consequenzialità che trasmetta nell’osservatore, ben al di là della sua superficie, valori ed interpretazioni che in fondo, seppure solamente percepite, sono già in ognuno di noi.

Realizzare “il bello” non è che un espediente per catturare l’attenzione, il sistema più semplice per invitare a riflettere su tutto ciò che va oltre l’apparenza delle cose, eppure l’accusa che spesso viene mossa “all’arte moderna” è quella di ricercare continuamente nuovi linguaggi facendone un fine anziché un mezzo ed in parte tutto ciò è vero: generalizzati movimenti “modernisti” nella continua e sfrenata ricerca di nuovi strumenti, impegnati ed accecati dal come dire “le cose” hanno dimenticato ed omesso di dire “qualcosa”.

Ma proprio costoro che continuamente ed ossessivamente si richiamano alle grandi avanguardie, proprio questi che s’illudono di rappresentare il “nuovo”, primi fra gli altri, hanno dimenticato o peggio non hanno mai compreso la differenza sostanziale che intercorre tra il “dire qualcosa” ed il “rappresentare le cose”.

 

Le figure cubiste di Picasso suscitano il nostro interesse giammai perché strane ma perché proiezioni di una realtà non certamente visiva ma percepita da ognuno; i volti di Modigliani evidenziano una sofferenza ed una solitudine che è, al di là dell’appartenenza sociale o quant’altro,in fondo al cuore di ognuno; l’astrattismo di Kandinskij è la visione, romantica e passionale, che ognuno porta in sé, della natura e di tutto ciò che sta ben oltre il guscio delle sue conoscenze e la grandezza di tutto questo non può essere ascritta alla sola invenzione di un “nuovo linguaggio”, quanto alla indiscussa capacità di questi artisti di guardare ben oltre ogni orizzonte visivo.

 

Al diavolo, dunque, i movimenti generalizzati, alla malora le “corporazioni” e le correnti pseudo-culturali che con concetti astrusi tendono a rinchiudere l’estro e la genialità in una per niente attuabile “normalità”.

 

In pittura, nella scrittura, nella musica, nell’arte in genere ogni segno deve essere conseguenza di quello che lo precede, ogni particolare assumere un significato ben preciso, ogni tono richiamare sensazioni riconoscibili, poiché in arte il fine,l’unica vera finalità dev’essere quella di trasmettere e comunicare attraverso la costruzione di un pensiero organico.

L’aspirazione di chi opera in questo campo non può essere che questa: non già rappresentare il nuovo ma dire qualcosa di nuovo ed io non posso auspicare altro per me stesso se non di poter affermare un giorno a coloro che si soffermeranno sul mio lavoro quanto scritto a conclusione di una sua lettera da Bruno Zevi al Prof. Nicola Terracciano: «. . .mi hai fatto un vero, immenso, squisito regalo, e ti ringrazio perché, come dice Martin Buber, “MI HAI RICONOSCIUTO E NON MI HAI SCAMBIATO PER UN ALTRO”. »

 


 

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