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L'INSEDIAMENTO MEDIEVALE DI UGGIANO

Da qualche anno in Basilicata si stanno svolgendo alcune ricerche di archeologia tardo-antica e medievale finalizzate allo studio e all'applicazione di sistemi di campionatura delle tecniche costruttive sotto due fondamentali aspetti: il primo, propriamente storico, nel quale vengono studiate le fasi e i periodi costruttivi, limitatamente all'affidabilit√† stratigrafica; il secondo in un quadro pi√Ļ ampio dello studio del popolamento medievale. Non vi √® dubbio che proporre una ricerca di tipo estensivo, sebbene non sempre confortata da dati precisi, sia stratigrafici che insediativi, permette tuttavia una serie di considerazioni di "scelta operazionale".
Poich√© lo studio delle attivit√† costruttive rimanda anche alle modificazioni che il paesaggio ha subito nel corso del tempo, √® nostra intenzione proporre la ricerca sui siti abbandonati, non perch√© questi siano pi√Ļ interessanti, ma proprio perch√© essi non sono stati soggetti a modifiche successive.
L'insediamento medievale di Uggiano si estende a circa 5 km a nordovest di Ferrandina in provincia di Matera. Si tratta di quello che nelle carte geografiche viene denominato come "Ferrandina Vecchia". In esso, infatti, sussistono alcuni ruderi di notevole pregio architettonico che meritano di essere indagati. Essi sono riferibili propriamente alle strutture del castello anche se indicano non solo l'importanza del territorio nell'antichità, ma anche la necessità di riprendere le ricerche, vista la notevole quantità di strutture monumentali, ora sepolte o trasformate per diverse destinazioni d'uso.
L'insediamento sorge a circa 476 s. l. m. lungo un tratto che confina ad est con il Canale Lavannara sino al Fosso del Varvaro, ad ovest con le formazioni argillose calanchive delle Coste di Uggiano. Esso, in realtà, viene a volte conosciuto per la sola presenza del castello ma, come si è già accennato, la collina con le possenti strutture non è che ciò che rimane di un esteso villaggio. La presenza di un così vasto insediamento, sebbene già frequentato sin dalla protostoria, trova giustificazione nel valore strategico assunto durante l'XI secolo. Forse Uggiano era forse già fornita di mura, cioè di elementi fortificati, quando le fonti documentano l'arrivo dei Normanni.
La prima notizia relativa ad Uggiano è del 1023 e 1029, quando Lupo Protospata descrive che due musulmani " Rajca et Saffari obsederunt castellum Obbianum, qui Obbianenses extraneos tradentes pacificaverunt cum ipsis" (1). Viene documentato, così, il valore strategico dell'insediamento che il 6 febbraio del 1068 permette a Roberto il Guiscardo di rintanarvisi, non avendo ancora preso Montepeloso (Irsina) (2), come riporta lo stesso Romualdo Salernitano (3). Uggiano si trova inoltre in una bolla pontificia di Alessandro II diretta al vescovo di Acerenza, Arnoldo, che confermandogli il titolo di vescovo della città, gli elencava tutte le terre soggette all'arcidiocesi tra cui anche Oblano.
Non meno importante è il Catalogus Baronum, ovvero l'elenco normanno dei feudatari e suffeudatari tenuti al servitium feudale. Da qui si evince che un Rogerius de Ogiano possedeva il feudo di Sant'Arcangelo offrendo un soldato o, in aggiunta, due soldati (4), per una rendita di 20-40 once d'oro.
Null'altro si conosce dell'insediamento, che dunque doveva possedere già alcune fortificazioni. Nel 1269 il feudo viene donato a Pietro de Bellomonte, conte di Montescaglioso. Di ciò non abbiamo una fonte autentica, ma nel 1275 il feudo è nelle mani di Giovanni di Monteforte, genero di Pietro (5). In quest'ultimo documento si parla di officiales ac homines terrarum...Ogiani, che i Registri della Cancelleria Angioina degli anni 1276-1277 registrano con una popolazione di 400 fuochi, tassata per 100 once, 29 tarì ed 8 grana. Nel 1280 anche l'insediamento di Uggiano deve provvedere alla riparazione del castello di Melfi (6). Il feudo di Andria, insieme ad Uggiano, passò ad Azzo d'Este nel 1308, raccolti in dote dalla moglie Beatrice, ultima figlia di Carlo II d'Angiò, la quale rimasta vedova risposò in seconde nozze con Bertrando del Balzo, cui portò questa dote che si unì alla contea di Avellino e di Montescaglioso.
Alla guida del feudo successe il figlio Francesco I, poi il nipote Guglielmo, indi il pronipote Francesco II, che andò sposo a Sancia, figlia di Tristano di Chiaromonte e di Caterina Orsini Del Balzo. A Francesco II successe Pirro del Balzo.
Il 20 dicembre 1430 a Napoli il re Ferdinando I ordina un'inchiesta per reintegrare Pirro del Balzo principe di Altamura e duca di Andria, nel possesso dei feudi di Bisceglie, Montepeloso, Acquaviva, Torre di Mare, Pomarico, Tolve, Grottole, Altogiovanni, Monteserico, San Gervasio, Mottola, Uggiano, Sarfi e Tressuti. Nel 1485 Pirro del Balzo viene privato da Ferdinando I di questi beni, per la ribellione da lui capeggiata durante la cosiddetta "congiura dei baroni". Ne è investito il genero Federico d'Aragona, che nel 1492, dopo un violento terremoto, fonda con i profughi uggianesi Ferrandina.
Per comprendere appieno la "storia" dell'insediamento medievale di Uggiano, è necessario cogliere la problematica della compresenza dei villaggi abbandonati con quelli ancora frequentati. Tali questioni ricadono proprio nello studio delle fortezze e del paesaggio, e rientra in quello che concerne le cosiddette "città gemelle".
Il compito proposto in questa ricerca è lo studio delle strutture murarie, alle quali è possibile, in qualche modo, associare le vicende della storia insediativa. In riferimento alla distribuzione spaziale degli elementi, vi è da dire che sulla collina del castello di Uggiano non sono mai state effettuate campagne di scavo finalizzate alla storia dell'insediamento. Esso, pertanto, non è da ubicare nel luogo dove è presente la fortezza, ma si estendeva ben oltre nella sua circoscrizione vera e propria. A dimostrare l'estensione dell'insediamento, è la chiesa di San Domenico, di cui rimane un tratto di muro nei pressi di una stalla adiacente il sito di "Masseria Lisanti": qui è facile intravedere l'estensione di una navata dell'edificio, che dimostra la grandezza della costruzione e il numero della popolazione e del lavoro occorso per la sua costruzione.
Dopo aver superato l'ingresso, il primo settore si presenta come un trapezio isoscele con base maggiore rivolta a nord e quella minore in direzione dell'ingresso. Quest'ultimo era preceduto da due imponenti torri quadrilatere, ma solo una di esse, quella destra, rimane ancora in piedi. Dall'ingresso centrale si pu√≤ notare che il fornice interno presenta un arco a sesto ribassato delimitato da cantonali perfettamente squadrati, lungo i quali il completamento delle mura d'ambito venne realizzato a corsi pi√Ļ o meno raddoppiati, sbozzati con martellina. La torre presenta un vano sotterraneo interrato ed un ambiente voltato a botte cui si accede tramite il cortile di 1,60x2,80 metri, mentre nell'angolo sudovest √® ricavato, nello spessore del muro, un servizio igienico. Dall'esterno √® abbastanza leggibile la tecnica costruttiva: i muri d'ambito sono definiti da alcuni cantonali non perfettamente squadrati, lungo i quali si assestano dei corsi di pietra suborizzontali lavorati a martellina. Tramite una gradinata si accede al secondo livello, sul quale √® stata ricavata una finestra rettangolare dotata di mensole per il sostegno dell'impalcato del piano superiore. Nel cortile sono ancora visibili, oltre alle due torri d'ingresso, i resti di una trapezoidale sul versante nord, e l'altra, anch'essa quadrilatera, in direzione nordest, raccordandosi poi con il palazzo, e due grandi cisterne scavate nel banco roccioso. Ma in effetti la peculiarit√† di questo settore sta nella presenza di un tratto di mura con resti di merlature. Esse furono ricavate in uno spessore che presenta, inoltre, le tracce di un camminamento, probabilmente servito da strutture in legno, di cui rimangono due fori per impalcato dalla forma rettangolare.
La seconda area è in realtà suddivisa in diversi ambienti che comprendono sia la chiesa che il monastero. Ad entrambe si accede dopo aver superato un arco stretto posto ad est dell'ingresso alla fortezza. Qui gli ambienti meridionali adiacenti alla cinta muraria ricordano gli stessi riscontrati nel borgo di Brienza. L'ultimo settore è quello dove sorgeva la torre con beccatelli sino al marzo del 1973. La torre si componeva di due vasti locali, interrati e sovrapposti, e da altri tre subdivo. Sulla facciata del torrione era incastrata una lastra di pietra calcarea con la scritta: "Joanne I Svet/anno domin(i)/mi(llesimo)/CCCC nono".
A sud-ovest, sospeso nel vuoto, c'√® un portale nel cui interno √® infissa la trave con la carrucola che serviva ad innalzare un ponte di legno. Il settore meridionale di questi ambienti risulta pi√Ļ devastato, poich√© sono presenti estesi strati di crollo che potrebbero presentare depositi archeologici ancora intatti. Tali sequenze, tutte con giacitura suborizzontale, consentono di ipotizzare che i crolli dei piani superiori furono dovuti ad un lento abbandono, piuttosto che ad un evento traumatico vero e proprio.
Qui è visibile un'imponente struttura a pianta quadrilatera, che doveva raccordarsi alla cinta, terminando quindi con un'altra torre. Lo stato precario della base rocciosa, fortemente erosa dagli agenti atmosferici, documenta l'andamento dei lavori costruttivi; i costruttori della cinta del castello di Uggiano si servirono, in parte, del pianoro della collina. Qui realizzarono alcuni scavi "in trincea", ad una medesima profondità, non curandosi della solidità della roccia, ma solo per porre su letti perfettamente orizzontali i corsi subangolari piatti, probabilmente in casseforme o tramite delle sbatacchiature. Successivamente costruirono un impalcato dipendente da una fila di montanti con fori per travicelli a sezione quadrangolare, attraverso i quali completarono l'opera lasciando a risparmio le merlature tramite semplici opere di contenimento in carpenteria: lo si nota dalla malta ancora superstite, che si presenta al di fuori delle fughe dei singoli conci e dai pochi cantonali che delimitano le stesse, che risultano strombate verso l'esterno. Al di sotto di esse si alternano, raramente, delle freccere.
Lungo il lato interno sono inoltre visibili altri elementi che riguardano l'organizzazione spaziale della cinta muraria. Mentre nel primo cortile avevamo notato la presenza, all'interno del secondo livello. Costituito da un impalcato dipendente aereo, in questo settore sono presenti le tracce di una pavimentazione in pietra, assistite in parte dallo stesso impalcato. Essi sono a due altezze diverse e sovrastano da un lato 15 fori per travicelli, dall'altro 8 fori per un totale di 23: il primo gruppo in fila di tre, il secondo di due. In sostanza, nel punto di raccordo tra una muratura e l'altra vi era una scalinata (tra l'altro attestata dal foro pi√Ļ grande) che conduceva ad una finestra, alle merlature e, quindi, al secondo livello della torre crollata. Su questo versante sono evidenti dei tamponamenti ottenuti con corsi irregolari suborizzontali, che misero "fuori uso" le antiche merlature. Probabilmente √® a questo periodo che si ascrivono i numerosi interventi di "rattoppo", cio√® come di un restauro abbastanza sommario, visibili anche all'ingresso dell'edificio di culto, sul cui piazzale esterno √® visibile una specie di "guardiola" aggettante, accessibile dal palazzo.
L'edificio di culto √® organizzato in due ambienti distinti: al primo si riferisce l'arco acuto monumentale; al secondo un edificio "minore" absidato. Andando con ordine, l'arco acuto immette in un vestibolo vero e proprio coperto a crociera, i cui elementi principali sono gli oculi strombati verso l'interno, abbastanza comuni negli edifici della met√† del XIII secolo come Castel del Monte, Castello di Bari, Santa Maria di Ripalta (Foggia), S. Maria di Tremiti, tutti accomunati da una storia costruttive influenzata dal potente ordine monastico cistercense. Nei resti della chiesa di Uggiano sono riconoscibili, in sequenza, almeno quattro ambienti, sulle cui pareti si addossano alcuni semipilastri realizzati con corsi di pietra e mattoni piatti in argilla beige ed arancio. Alcuni degli ambienti mostrano evidenti tamponature, pi√Ļ regolari rispetto a quelle viste lungo la cortina del castello. Di notevole pregio √®, infine, la scritta posta come cantonale destro della facciata principale della chiesa: "HOC OPUS FECIT MAGI/STER JACOPUS TRIFOGIA/NIS DE ASTILIANO ANNO/MILLESIMOCCCL".
L'iscrizione è realizzata su un concio che male si imposta sull'estradosso dell'arco acuto, per cui è a questo Jacopo di Trifoggio (casale presso Pietrapertosa) che si devono la serie di tamponamenti, i rifacimenti strutturali e le nuove destinazioni d'uso del castello. Con questa nuova ipotesi, è possibile che allo stesso autore si deve la costruzione dei beccatelli delle torre crollata - riferibili, appunto, alla metà del XIV sec. (si vedano gli esempi di Tricarico e S. Mauro Forte, mentre in Puglia abbiamo datazioni convergenti a Torre di Castiglione e alla Torre Maestra, entrambe a Conversano ed Adelfia presso Bari) -.
Coevo all'edificio di culto è quello affiancato absidato, probabilmente un'altra chiesa con un deposito sottostante, poiché è difficile pensare ad un cenobio; piuttosto, è possibile che all'interno del palazzo vi fossero degli ambienti che, dopo l'abbandono del feudatario, furono utilizzati dai monaci. Le strutture su cui non è possibile conoscere molto sono quelle riferibili al cortile del palazzo. L'edificio era servito da cisterne, le cui imboccature presentano tracce di usura da corda. Qui le mura presentano tubazioni in laterizio; hanno uno spessore che non supera il 1,5 metri. Ciò concorda con le mura della cinta, che raramente sono a scarpa. Tutti i vertici della cinta erano difesi da una torre.
Non è possibile rintracciare in questo sito l'uso di utensili da lavoro della pietra, ad eccezione di particolari situazioni come i dettagli ornamentali e l'importanza degli ambienti che, nel nostro caso, hanno avuto solo un valore militare. Sono però riconoscibili le tracce della martellina e della mazza; ciò che si vuole chiarire, infatti, non è la semplice analisi dei procedimenti costruttivi, ma dei materiali e dei trattamenti utilizzati che condizionano l'intero paesaggio urbano e le pratiche edilizie nelle dimore rurali.
√ą naturale che l'uso della strumentazione riveli destinazioni ben distinte nelle quali i conci sono lavorati con martellina e disposti su letti di posa dove si tende ad uniformare lo spessore della malta per ricavare un valore pi√Ļ elevato del "modulo". Diversamente nelle strut-ture fortificate "normanne" e "sveve", oggetto del nostro studio, sono realizzati grossi conci a bugnato perfettamente squadrati e privi di stilatura, con un modulo che in et√† aragonese diverr√† pi√Ļ piccolo. A proposito delle tracce lasciate sul concio lavorato esse permettono di verificare la datazione dello strumento di lavoro o di ricostruirne la forma, secondo alcune recenti esperienze francesi al fine di studiarne diffusione e possibilit√† di impiego.
Il massiccio intervento, di età angioina, riscontrabile in tanti castelli lucani, si può trovare proprio ad Uggiano di Ferrandina.

Note

1 L. PROTOSPATA, Rerum in regno Neapolitano gestarum, ab anno Sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon, Napoli 1831, p. 202.

2 Ibidem: "Anno 1068, die VI februarii. Robertus duxobsedit Montem Pilosum, ubi nihil proficiens, cum pauciis abiit Obbianum, et recepit eam, et traditionem eiusdem Gotofredi, int avit ipse dux in dictam civitatem montis Pilosi".

3 ROMUALDUS SALERNITANUS, Chronicon, in RIS, vii, p. I, Muratori, 1784, p. 187.

4 E. JAMISON (ed.), Catalogus Baronum (1154-1169), Roma 1972, § 81: "Rogerius de Ogiano sicut dixit Guillelmus Rapollensis tenet in Sancto Archangelo feudum unum (sic) militis et cum/ augmento obtulit milites duos".

5 S. CENTOLA, Ferrandina e le sue remote origini elleniche-lucane, p. 3631; Registri della Cancelleria Angioina, XV, n. 72: "(...) Petri de Bellomonte (...) donat comitatum Montis Caveosi, vid: Pomaricum, Camardam, Ogianum, Cracum et Cancianum"; XIV, n. 1092 (anno 1277).

6 E. STHAMER, Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten. Kaiser Friedrichs II. und Karls I. von Anjou (Eg.nzungsband II, in Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien), band II, Apulien und Basilicata, Leipzig 1926: 1170, Ogianum unc. 2 tar. 28 gr. 16; n. 1171, Ogianum unc. 2 tar. 25 gr. 4.


tratto da "BASILICATA REGIONE Notizie, 2001"

Autore: Pierfrancesco Rescio

 

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