Sanza (Sa)
 

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Comune di Sanza

 

Comune (SA)
Abitanti  2697
Altitudine 558 mt.
Superficie 128,75 Kmq
* C.A.P. 84030


SANZA (SA)

CENNI STORICI

L'abitato di Sanza, il cui vasto territorio è parte notevole della Comunità Montana 'Vallo di Diano' e del Parco del Cilento e del Vallo di Diano per le sue ricchezze florofaunistiche e storicoambientali, rappresenta la porta d'ingresso del Cilento meridionale per chi vi giunga attraverso la S.S. 517 dopo aver lasciato l'Autostrada del Sole (A3) all'uscita di Padula-Buonabitacolo.
Ancor prima della presenza lucana e romana, l'abitato arcaico rivestì notevole importanza strategica e commerciale come passaggio obbligato lungo l'antica carovaniera (la via del sale) che collegava la costa (Policastro) col sud del Vallo di Diano.
Il popolo lucano dei Sontini, menzionati dal naturalista romano Plinio il Vecchio, induce a credere che l'abitato in epoca lucana e romana si chiamasse Sontia e che sorgesse in contrada Agno, dove nei decenni passati sono venute alla luce rare ma significative testimonianze (vasellame lucano e pietre tombali romane); d'altra parte l'antica carovaniera dovette mutarsi in un ràmulus (diramazione) della Via Annia che, costruita da Roma verso la metà del II sec. a.c., da Capua attraverso il Vallo di Diano raggiungeva Reggio Calabria.
Nel Medioevo l'abitato si chiamò Sansa e in contrada Sirippi prosperò una comunità di monaci italogreci nella grancia di S. Maria de Siripi dipendente dalla Badia di Grottaferrata di Rofrano; verosimilmente anche il culto della Vergine della Neve o della Grotta sul Cervato cominciò col monachesimo basiliano.
In epoca sveva ed angioina Sansa contribuì alla difesa e al mantenimento della fortezza di Policastro contro gli attacchi dei pirati saraceni e degli Almugàveri, mercenari degli Aragonesi nella disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302), i quali più volte penetrarono nell'entroterra bussentino saccheggiando e distruggendo gli abitati. Nella seconda metà del XIII sec. fu possedimento di vari Signori; poi, per circa 200 anni, dei potenti Sanseverino, dai quali nel 1498 passò ai conti Carafa di Policastro.
Nel Cinquecento si registrò una notevole ripresa demografica ed economica: i fuochi (nuclei familiari) da circa 200 all'inizio del secolo passarono a 363 nel 1595 e ricchi possidenti portavano le mandrie a svernare nella piana di Matera.
Nel Seicento la situazione dell'abitato peggiorò: l'amministrazione si indebitò per 500 ducati in una lite giudiziaria col barone Marco Comite e rasentò il collasso per l'ospitalità forzata alle truppe spagnole; la popolazione patì stenti e morti per la peste del 1656; il barone Giovanni Orefice fu decapitato (1640) a Napoli per aver ordito una congiura contro gli spagnoli.
Nel Settecento la Terra di Sanza fu possedimento di Luigi Sanseverino, principe di Bisignano. L'abitato si arricchì di case palazziate, portali, cappelle gentilizie, addirittura di una nuova borgata extra moenia ( 'u bureo = il Borgo); lo scalpellino padulese Andrea Carrara realizzò opere notevoli in pietra di Padula e lo scultore locale Sabino Peluso (1723-1794) eseguì varie statue per la Chiesa Madre e per le cappelle dell'abitato; dal Catasto Onciario del 1753, che fortunatamente ancora si conserva nell'archivio comunale, si apprende che gli abitanti erano 1698, che vi erano dottori in utroque iure ( in diritto canonico e in diritto civile), speziali di medicina, dottori fisici, notari, giudici a contratto, ben 27 sacerdoti, un patrimonio zootecnico di 604 bovini, 3145 tra ovini e caprini, 357 suini, 151 asini; nel 1761 furono aggiornati e riscritti gli antichi Statuti, in pratica le norme che regolavano ogni aspetto della vita cittadina.
Nel 1781 il principe di Bisignano vendette il feudo ai Picinni Leopardi di Buonabitacolo, ultimi signori di Sanza. I democratizzatori del 1799 ebbero proseliti anche a Sanza: figura di spicco fu Vincenzo Fusco (nato nel 1746), che coi padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto da lui chiamati fu ucciso davanti al Convento dei Francescani da personaggi di fede borbonica e sanfedista.Nel decennio francese l'abolizione della feudalità non portò alla quotizzazione delle terre demaniali e contadini e braccianti, obbligati ogni anno all'esodo stagionale in Puglia, tentarono più volte l'occupazione delle terre, specie del Centaurino.
Il brigantaggio trovò nei boschi e negli anfratti del Cervato e del Centaurino l'ambiente ideale per le sue gesta: vi trovarono ricetto le bande di Giuseppe Tardio di Piaggine, di Nicola Marino di Centola, di Domenico Uzzo di Alfano, di Michele Notàro di Pollica, di Ciccotunno di Sanza. Nel 1861 furono arrestati 8 briganti e fu sterminata la banda di Francesco Cozzi alias Ciccotunno.
La borghesia liberale, pur operante con la vendita carbonara I Veri Amici il cui gran maestro era il farmacista Gianvincenzo De Stefano, non seppe né volle schierarsi completamente dalla parte dei contadini; addirittura essa si ritrovò, in parte, accanto agli urbani e ai gendarmi borbonici la mattina del 2 luglio 1857, quando, non lontano dall'abitato, Carlo Pisacane e i suoi rivoltosi , quelli almeno scampati all'eccidio di Padula del giorno prima, sfiduciati, stanchi, privi di munizioni, furono facile bersaglio non della folla inferocita bensì delle pallottole del sottocapourbano Sabino Laveglia e della sua truppa. La prima metà del Novecento fu caratterizzata dalle lotte amministrative tra amendoliani (seguaci di Giovani Amendola) e cameristi (seguaci di Giovanni Camera), dall'adesione forzata al Fascio, dalla nascita d'una grande coscienza politica in senso comunista e antifascista attorno alla figura di Tommaso Ciorciari (1876-1966), il quale all'indomani dell'8 settembre del 1943 dette vita, seppure per poco più di un mese, ad un'esperienza amministrativa popolare di grande significato per la rinascita d'un paese sempre rapinato e oppresso dalla classe padronale.

Prof. Felice Fusco

 

BENI ARTISTICI

Chiesa parrocchiale dell’Assunta
Denominata in antico chiesa di Santa Maria Maggiore risulta documentata per la prima volta agli inizi del XIV secolo.
Purtroppo i lavori di rifacimento condotti durante il periodo fascista hanno quasi radicalmente cancellato l’antica fabbrica, composta da tre navate. Perduti i numerosi dipinti menzionati da un inventario del 1811, la chiesa attualmente conserva un patrimonio costituito soprattutto da sculture lapidee e lignee.
Di buona fattura è il portale principale in pietra di Padula, il materiale comunemente utilizzato nelle più importanti strutture della zona. Il notevole architrave decorato da un tralcio vitineo e da angeli fu eseguito nel 1577 da Santolo Abbondanza, uno scultore ancora sconosciuto ma di sicure origini sanzesi, come attesta una lapide che ne ricorda l’attività per la chiesa di San Nicola a Lauria.
La scultura lignea di maggiore pregio è senza alcun dubbio lo splendido Crocefisso collocato sull’altare maggiore, in origine nella cappella di patronato della famigia Fusco, posta nella navata destra. L’opera, di straordinaria fattura, è da considerare tra i manufatti in legno di maggior importanza del territorio. Liberata da un fitto strato di ridipinture solo qualche anno fa, è ancora sconosciuta agli studiosi. Il modellato tormentato e l’esasperato realismo, esaltato dalla policromia, denotano una probabile origine nordica del suo artefice. Il crocifisso sanzese trova confronti specifici in zona solo con alcuni esemplari simili conservati in chiese della vicina Lucania (Chiaromonte, Senise, Armento).
Di buon livello artistico è pure la Madonna della Neve, anch’essa cinquecentesca. La spessa coltre di ridipinture e le applicazioni di carattere devozionale (gli occhi in cristallo, il Bambino, quello antico fu trafugato negli anni settanta del Novecento) non impediscono di apprezzarne la qualità. La statua è da inserire in un cospicuo gruppo di sculture di matrice napoletana, uscite dalla bottega di Giovanni Meriliano da Nola e di Domenico Napolitano, conservate nelle chiese del Vallo di Diano (Padula, Teggiano), del Cilento e della vicina Basilicata, connesse quasi sempre alla committenza dei Sanseverino.
Più consistente il numero di statue settecentesche. Fra queste segnaliamo quelle realizzate dal sanzese Sabino Peluso: l’Immacolata, il Salvatore, il San Francesco di Paola, la Maddalena e forse l’imponente San Pietro. Al XVIII secolo risalgono inoltre un notevole altare in pietra del Centaurino dedicato alla Madonna del Rosario (1738) e i tre busti scolpiti dal padulese Andrea Carrara raffiguranti i santi Pietro, Paolo e Giuseppe (1749), provenienti dalla chiesa ad essi dedicata, ormai diroccata, in contrada Salemme. Degno di menzione è anche il settecentesco busto ligneo di San Sabino martire, protettore del paese, eseguito da Paolo Sannolo.
Di notevole pregio sono, infine, una croce processionale in argento di fattura napoletana, datata 1734, e un calice dello stesso periodo di analoga provenienza.

Cappella di Sant'Antonio
Sorge nell'omonimo borgo formatosi all'esterno della cinta muraria del paese a partire dal primo Settecento. Ad un nucleo più antico dell’edificio, corrispondente alla zona interna, fu aggiunta nella seconda metà del XVIII secolo un'ampia aula. L'epoca dei lavori di ampliamento è tramandata dalla data 1775, incisa sul portale in pietra di Padula. Vi si venera una monumentale statua lignea di Sant'Antonio Abate, collocata nella nicchia sull'altare, riconducibile a Sabino Peluso.

Torre campanaria di San Martino
La cosiddetta “Torre medievale” è quanto rimane dell’antica chiesa parrocchiale di San Martino. Forse sorta in un periodo compreso tra il XIV e il XV secolo (il culto del San Martino di Tours fu diffuso in epoca angioina) è stata adibita a partire dal tardo Ottocento, dopo il crollosacro, a torre dell’orologio. La struttura dovrebbe essere anteriore al 1468, data segnata su una delle due campane. Ha subito alcune manomissioni, in particolare sono state murate le monofore a sesto acuto poste nei tre livelli e nella cella campanaria cilindrica.

Cappella della Madonna della Neve
Fondata nel 1863 dalla famiglia Campolongo, la cappella è situata in piazza Plebiscito, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale. Di particolare interesse è la statua lignea della Vergine col Bambino collocata nella nicchia sopra l’altare, presumibilmente realizzata in ambito napoletano, su commissione dei Campolongo, nella seconda metà dell’Ottocento. A questo stesso periodo risale il notevole altare marmoreo. Sulla parete laterale sinistra è collocata una tela settecentesca raffigurante Cristo deposto, proveniente dalla sacrestia della chiesa madre. È sede della locale Arciconfraternita di Santa Maria della Neve.

Chiesa di San Francesco d'Assisi
Annessa ad un soppresso convento di Minori Osservanti dedicato a Santa Maria della Neve, fondato nel 1618, sorse su una chiesa preesistente appartenuta alla suddetta Arciconfraternita. L'edificio, restaurato ed ampliato negli anni Cinquanta del Novecento, conserva un bel portale datato 1610. Degli antichi arredi la chiesa custodisce soltanto un dipinto del XVIII secolo con l'effigie del Servo di Dio Padre Angelo da Maiori, vissuto a lungo e morto nel convento sanzese (1738), e una bella statua in legno di San Pasquale Bailon realizzata da Sabino Peluso nel 1749. Notevole infine è il ciborio lapideo, scolpito da Andrea Carrara, forse in origine inserito nel principale altare della primitiva chiesa francescana.

Cappella di San Vito
La struttura ottocentesca si trova a poca distanza dal centro abitato. Va segnalata in questa cappella la presenza di un considerevole altare in pietra di Padula di forme tardo barocche, scolpito dal padulese Andrea Carrara nel 1720, e la statua lignea del Santo titolare eseguita da Sabino Peluso nel 1776, entrambi provenienti dalla piu' antica cappella di San Vito, di cui non si conosce l'ubicazione.

Edilizia civile (tra vicoli, portali e cortili di “case palaziate”)
Arroccato sul colle da epoca non precisata il paese fu difeso per secoli da un sistema di mura e forse da un fortilizio, molto probabilmente sorto sul sito dell'attuale palazzo baronale.Se delle quattro porte (Portella, detta anche di San Giuliano, San Nicola, Pungente e Girone) si conosce l'ubicazione e rimane persino qualche elemento residuo, delle antiche mura non v'e' piu' traccia. Quasi del tutto inalterata risulta l'urbanistica medievale, caratterizzata dallo sviluppo spontaneo di una fitta rete di viuzze confluenti in poche piazze, la principale delle quali e' l'antica piazza di Santa Maria Maggiore, oggi del Plebiscito. Tre furono i periodi di maggiore espansione per l'edilizia civile dell'abitato: il tardo Cinquecento, la prima meta' del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento. Sono queste le fasi in cui si datano i portali delle molte ''case palaziate''. Il centro storico di Sanza ne conserva un numero davvero eccezionale, a testimonianza dell'agiatezza economica di alcune famiglie, quasi sempre ricche proprietarie terriere. Il palazzo Baronale è stato ampiamente manomesso soprattutto dopo la vendita da parte degli ultimi feudatari del paese, i Picinni Leopardi di Buonabitacolo, alla famiglia Eboli. È stato risparmiato il maestoso portale, databile all'avanzato XVI secolo, assai simile per tipologia a quello del Castello di Casalbuono. Esemplato sullo stesso modello è il portale di casa Barzelloni in via San Martino, un complesso edilizio di notevole interesse che conserva ancora intatti la corte con scalinata in pietra e consistenti tracce di decorazioni pittoriche nell'abside, attualmente murata, della cappella gentilizia dedicata a San Domenico Soriano. Verso la meta' del XVI secolo sorse la ''casa palaziata'' di via Santa Sofia, denominata ''casa ru Monaco''. L'edificio si distingue per il severo portale, con doppio ordine di bugne a ''punta di diamante'', e per il suggestivo cortile in cui si affacciano eleganti portalini, anch'essi cinquecenteschi. Possiedono portali con bugnato a ''punta di diamante'' anche la casa dei Curcio in via San Martino e il palazzo appartenuto forse ai de Benedictis, oggi di proprieta' della famiglia Barzelloni, nei pressi di largo Guglielmo Marconi. Un ultimo significativo esempio di portale cinquecentesco, di forme pero' decisamente più semplificate, è quello della casa dei Cozzi in Via sotto San Giovanni, dov'e' pure un notevole cortile con loggia colonnata e un'ampia scala in pietra. Piu' ricco il gruppo dei portali settecenteschi. Fra questi segnaliamo quello di casa Pappafico datato 1717, rispondente ad una tipologia assai diffusa nel Vallo di Diano e in aree vicine, decorato da motivi vegetali e animali. A poca distanza, in via Pienaro, il portale di casa Fusco propone un modello di maggiore eleganza, dove l'unico elemento decorativo e' la chiave di volta, in cui compare un uomo togato con parrucca e libro, evidente allusione alla professione forense (?)del proprietario.
Alla prima metà del Settecento si datano i due portali di casa Laveglia, tra via Pienaro e via Unità Italiana. Quest'edificio, appartenuto in antico ai Campolongo, preserva pressochè intatti lo splendido cortile con pavimento in selciato, le scale in pietra e persino decorazioni pittoriche murali in alcuni ambienti, ascrivibili al pittore buonabitacolese del primo Settecento Francesco De Martino.
Tra i molti portali del XVIII secolo si distingue per qualità esecutiva quello della casa appartenuta ai Graziani, in via San Giovanni, datato 1739. Di notevole bellezza sono i fioroni che campeggiano sulle bugne, come pure i due leoncini che sostengono i piedritti, ispirati a modelli di origine medievale. E' probabile che l'opera sia stata scolpita nella bottega del padulese Andrea Carrara.
Molti gli edifici ottocenteschi di un certo interesse. Tra questi si distingue il palazzo dei Campolongo, realizzato nella prima metà dell'Ottocento. L'edificio, progettato da un monaco di cui non si conosce il nome, conserva un elegante e raro esempio per la zona di facciata ad intonaco rosso scompartita da finte lesene. Al primo Ottocento è databile il portale principale della complessa casa palaziata dei Bonomo, costituita da più nuclei di diversa epoca, tra questi si distingue per imponenza ed austerità quello che si erge come un "maniero" sul largo Guglielmo Marconi. Risale ai primi anni del XIX secolo anche il bel portale di casa De Stefano, via Pienaro, decorato da volute laterali vegetali, una soluzione decorativa di gusto tardo barocco. Ai De Stefano appartenne la farmacia del paese, in via Unità Italiana, di cui rimane il raffinato portale datato 1808. Infine va segnalato il palazzo dei Barzelloni a largo Guglielmo Marconi, un edificio ottocentescoche riutilizza in parte strutture più antiche, forse appartenute ai de Benedictis. Oltre al già citato portale cinquecentesco il complesso ne conserva un altro del primo Ottocento assai simile a quello dei De Stefano.

Prof. Stefano De Mieri

 

tratto da:  http://www.comune.sanza.sa.it 


 

 

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