Tortora (CS)
 

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Comune di Tortora

 

Comune (CS)
Abitanti  5.997
Altitudine 300 mt.
Superficie 58,22 Kmq
* C.A.P. 87020


TORTORA (CS)

I primi segni di civiltā risalgono al popolo degli Enotri, che dimorō sul territorio fino dal VI secolo a.C. al IV secolo a.C. provenienti probabilmente dal Vallo di Diano, la loro presenza sul territorio č stata accertata dal ritrovamento di 38 tombe con corredi funerari enotri, da una stele litica e da un piccolo centro abitato. In seguito, agli Enotri si sostituė apparentemente senza scontri bellici, il forte popolo italico dei Lucani, che nel comune di Tortora sul colle Palecastro ampliarono e fortificarono il centro abitativo di origine enotria di Blanda. Intorno al IV secolo a.C. i Lucani erano i signori incontrastati del territorio che si estendeva fino alle rive del fiume Lao a sud dell'odierna Scalea. Come riportato dallo storico romano Tito Livio, Blanda fu espugnata nel 214 a.C. dal console romano Quinto Fabio Massimo, per essersi schierata con Annibale nella seconda guerra punica. Da quanto riportato da Tito Livio, si puō dedurre che Blanda era un centro lucano di primaria importanza. Dopo la conquista romana Blanda visse per oltre centocinquant'anni una vita stentata fino alla metā del I secolo a.C., quando divenne un centro amministrativo romano ed assunse il nome di Blanda Julia in onore di Gaio Giulio Cesare.

La vita di Blanda continuō ad essere tranquilla fino alla metā del II secolo, quando iniziō una lenta ma continua decadenza. Durante i primi secoli del Cristianesimo, Blanda fu sede vescovile, e in questo periodo fu edificata la chiesa paleocristiana in localitā ĢPianograndeģ. Si tratta di una chiesa a pianta centrale con ingresso ad ovest e tre absidi, circondata da sepolture, databile tra il VI e il VII secolo. Nel 592 Blanda subė un'incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio I. Nel 601 fu vescovo di Blanda un certo Romano, come ne attesta la sua presenza al Sinodo Romano. Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo Romano, continuō ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Nell'VIII secolo Blanda passō in mano ai Longobardi. Un altro Sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudiosus Blandarum Episcopus. A partire dal IX secolo Blanda, sottoposta a continue incursioni e saccheggi da parte dei predoni Saraceni, fu definitivamente abbandonata.

Alcuni dei suoi abitanti si rifugiarono nell'entroterra e fondarono su uno sperone roccioso il primo nucleo di Tortora, chiamato, in onore dell'antica cittā, Julitta. Oggi i ritrovamenti dell'antica cittā di Blanda possono essere ammirati nella mostra perenne ĢArcheologia per Tortora: frammenti dal passatoģ, sita nel nuovo Museo di Blanda a Tortora Centro Storico.

Tra l'VIII ed il X secolo d.C. a Tortora, come nel resto della Calabria, in seguito all'editto di Leone III l'Isaurico, che propugnava l'iconoclastia ed alla conquista araba della Siria e dell'Egitto, giunsero decine di monaci basiliani provenienti dalla Cappadocia, dal Peloponneso, dalla Palestina e dalla Siria, che qui venivano per estraniarsi dal mondo e vivere in pienezza il contatto con Dio. E proprio in queste terre scarsamente popolate, trovarono luoghi idonei al loro culto, dove edificarono decine di piccole cappelle e laure eremitiche basiliane, che ancora oggi a mille anni di distanza danno il nome alle localitā in cui furono edificate: Caritāti (Caritā), Chijericalāi, Sant'Elia, Sānta Gāda (Santa Ada), Sāntu Lču (San Leo), Sāntu Linārdu (San Leonardo), Sāntu Micėelu (San Michele), Sāntu Nicōla (San Nicola), Sāntu Pāulu (San Paolo), Sāntu Pėetru (San Pietro), Sāntu Prancātu (San Brancato), Sāntu Quarānta (Santi Quaranta Martiri), Sāntu Sāgu (San Saba) e Sāntu Stčfanu (Santo Stefano).

A partire dai primi anni del secondo millennio il piccolo borgo di Julitta iniziō una lenta espansione ed assunse il nome di Tortora, dal volatile omonimo che in quel periodo abbondava nei boschi adiacenti. Nella Bolla del 1079, con cui Benedetto Alfano arcivescovo di Salerno consacrō Pietro Pappacarbone vescovo di Policastro, compare per la prima volta nella storia religiosa il nome di "Turtura" accanto a quelli di Agrimonte (Agromonte di Latronico), Arriusu, Abbatemarcu (antico paese sito nel comune di Santa Maria del Cedro), Avena (Avena di Papasidero), Camerota, Caselle (Caselle in Pittari), Castrocuccu (Castrocucco di Maratea), Didascalea (Scalea), Lacumnigrum (Lagonegro), Laeta (Aieta), Languenum (Laino), Latronucum (Latronico), Mandelmo, Marathia (Maratea), Mercuri (Mercurion), Portum (Sapri), Regione, Revella (Rivello), Rotunda (Rotonda), S. Athanasium, Seleuci (Seluci di Lauria), Trosolinum, Turraca (Torraca), Turturella (Tortorella), Triclina (Trecchina), Uria (Lauria), Ursimarcu (Orsomarso) e Vimanellum (Viggianello), che facevano parte della Diocesi di Policastro, oggi Policastro Bussentino (frazione di Santa Marina).

Tra i primi signori di Tortora ci furono i Cifone, che la tennero fino al 1284. Dal 1284 al 1496 Tortora appartenne ai Lauria, di cui il personaggio pių rappresentativo fu l'ammiraglio Ruggero di Lauria; nel 1496 Ferdinando II d'Aragona la donō a Giovanni De Montibus. In seguito passō ai Martirano, poi agli Ossonia nel 1565, agli Exarques nel 1602, ai Ravaschieri nel 1692. Dal 1707 al 1821 i signori di Tortora furono i Vitale.

Nel XVI e XVII secolo tra le attivitā principalmente diffuse nella Marina di Tortora troviamo la coltura del baco da seta e della canna da zucchero.

In questi secoli Tortora conobbe grandi epidemie, fra cui la terribile peste di Colera del 1656 che dimezzō la popolazione; nel 1770 per epidemia perirono 136 persone, nel 1778 morirono per il vaiolo 60 persone, nel 1794 da aprile a giugno morirono 77 bambini tra uno e dieci anni. Epidemie e colera falciarono vittime anche nel 1802, 1804, 1837 e 1849. Il problema delle morti di massa fu definitivamente risolto nel 1866, quando furono abolite le risaie nei territori di Tortora ed Aieta. Il 13 dicembre 1806 giunsero a Tortora le truppe francesi del re Giuseppe Bonaparte, le stesse che avevano devastato Lagonegro e Lauria, ma diversamente da altre popolazioni i tortoresi, per evitare devastazioni e saccheggi, non opposero resistenza all'invasore francese, che risparmiō per questo la vita dei cittadini e non operō razzie; lasciata Tortora le milizie si diressero verso la vicina Aieta, che era stata abbandonata dai suoi abitanti. Gli stessi soldati in seguito bruciarono il palazzo Spinelli di Scalea e distrussero la cittadina di Cirella. Il 3 settembre del 1860 a Tortora sostō Giuseppe Garibaldi insieme ai suoi generali Agostino Bertani, Nino Bixio, Enrico Cosenz e Giacomo Medici, ospiti della famiglia Lo Monaco Melazzi, durante la conquista del meridione d'Italia. In questa occasione Garibaldi investė il tortorese Don Biagio Maceri capitano della Guardia Nazionale.

Nel 1928, con R.D. 29 marzo e con Decreto Prefettizio del 16 aprile il Comune di Tortora, dopo una plurisecolare esistenza autonoma, venne soppresso ed accorpato, insieme al comune di Aieta, al nuovo comune di Praia a Mare, che fino a quel momento era stata frazione di Aieta. Nel 1937 riacquistō in data 18 luglio la propria autonomia.

 

tratto da:  https://it.wikipedia.org/wiki/Tortora_(Italia)  


 

 

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