PARTE I
Il panorama di
Potenza dei miei ricordi, forse, non è molto lontano nel tempo. È,
comunque, quello degli anni venti quando ancora i versanti intorno alla
città non erano stati invasi dal cemento armato con palazzi, palazzine e
palazzoni di dubbio valore architettonico e di scarso pregio artistico.
Vi era tanto verde nelle scarpate ed ancora verde e terreno coltivato a
mano a mano, per esempio, che ci si avvicinava allo scalo inferiore. Fra
verde e orti serpeggiava, con il tracciato visibile ancora oggi, la
rotabile che dalla stazione ferroviaria portava al centro della città.
Allora era poco trafficata perché non vi erano tante automobili e
perché, innanzitutto, non vi erano tante case e tanta gente e nemmeno
erano molti i treni in arrivo e in partenza. Il servizio del trasporto
dei passeggeri era attuato da uno dei due autobus, l'altro serviva i
rioni S. Rocco e Santa Maria, di cui si pavoneggiava la città. Due
mostri monumentali, a gomme piene, con velocità inversamente
proporzionale al loro rumore, ma erano una vera conquista ed anche una
grande novità, quasi i primi pericoli per la civiltà del mantello a
ruota, lu zampitte, lu ciuccio.
Buona parte del servizio era, comunque, sbrigato dalle carrozze, comode
nella buona stagione ma di grande sofferenza nei mesi invernali e di
cattivo tempo, nonostante la premura e le affettuosità dei cocchieri,
che distribuivano coperte, tiravano il « mantice », cioè la copertura
della carrozza, detta mantice perché fatta a soffietto.
Il viaggio diventava addirittura penoso quando nevicava, peggio quando
ghiacciava, ed i poveri cavalli, già defedati per malepatenze e
nutrimento scarso, tirati « a corto » dal cocchiere, ansimando e
cacciando nuvole di vapore acqueo, da fare tenerezza e compassione,
guadagnavano la strada palmo su palmo.
Non erano rare le cadute e, talvolta, anche con brutte conseguenze.
Ma tanta gente, bagaglio sulla spalla, se uomini, sulla testa, se donne,
si inerpicavano a piedi attraverso la scorciatoia. Un po' per mancanza
di abitudine alle comodità, e l'autobus e la carrozza erano, per quei
tempi, delle grandi comodità, un po' per mancanza di quei pochi
centesimi, che costava il trasporto, ma anche per quel senso del
risparmio, che ha costellato la nostra vita e, in particolare, la vita
dei nostri padri e dei nostri antenati.
In quelle case che, timidamente, facevano capolino al di là del grande
palazzo delle scuole elementari e di quello degli Uffici, non vi era
mobilia costosa o intarsiata, non vi erano parati o velluti alle pareti,
nè tendine alle finestre, vi era, però, tanta pulizia e non mancava il
pane. Vi era, innanzitutto, tanto ma tanto calore umano, accordo in
famiglia ma anche accordo con i vicini, con cui, il più delle volte, si
dividevano gioie e dolori.
Non erano del tutto scomparse quelle che furono definite « le arche
casalinghe », quelle case, cioè, dove si vedevano, qua e là, pigolare e
razzolare galline, dove ti sfilava tra i piedi qualche coniglio, dove il
gatto faceva le fusa in un angolo, inondato da un raggio di sole, dove
il maiale grugniva dietro a un paravento e l'asino ragliava e scalpitava
perché voleva abbeverarsi o uscire all'aperto.
Le strade erano illuminate da lampioni e non era più necessario il «
tizzone » per farsi luce.
Era una città « all'antica » ma una città civile, sede di Vescovado, di
Prefettura, di Corte di Appello, di Corte di Assise, di Tribunale, di
Intendenza di Finanza, di Direzioni ed Uffici Tecnici, di Comandi
Militari, di Ginnasio-Liceo, di Ospedale, insomma, una città che, ben
degnamente, poteva rappresentare la Regione ed anche ben figurare nei
suoi uomini e nelle sue cose.
Ricordare la vecchia rotabile scalo inferiore-città, il bus, le
carrozzelle impone il ricordo e la menzione di uno dei più antichi
utenti di quella strada, del più assiduo: « Zì Pasquale Avallone ».
Una quercia, dall'aspetto signorile e bonario ,dalle gote accese, che ai
rigori invernali diventavano violacee, era il procaccia postale, che,
con la sua carrozza-furgoncino, aggiustata anche con un cer to gusto sul
tipo delle antiche diligenze del West, trasportava, non so quante volte
al giorno, corrispondenza e pacchi dall'Ufficio Postale-Centro alla
Stazione Ferroviaria e viceversa.
Era immancabile e puntuale, con il sole e il maltempo, ed anche lui, con
la neve e il ghiaccio, tirava «a corto» il suo cavallo, ansimando e
sudando con la bestia, e tante volte faceva anche da « valanzino ».
Quanto materiale postale aveva trasportato? Forse, tonnellate!
Aveva cominciato ragazzo dell'ottocento, lo ritrovai, curvo dagli anni e
dalle fatiche, ma puntuale, la notte del 2 luglio del 1945, quando, con
addosso quattro stracci, con i segni, di dentro e di fuori, delle
terribili sofferenze fisiche e morali della guerra e del post-guerra,
dopo un viaggio, a dir poco avventuroso, rividi la Stazione Ferroviaria
di Potenza.
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Mi riconobbe, nonostante fossi molto male in arnese, stringendomi la
mano mi disse, semplicemente ma con tono squisitamente paterno, « Siete
tornato e grazie a Dio ».
Mi offrì il posto « a cassetta » ma salimmo tutti e due a piedi,
affiancati al cavallo. Parlò molto, forse, come non era nelle sue
abitudini, mi parlò del bombardamento a Potenza dell'8 e 9 settembre del
1943, delle distruzioni, delle brutture della guerra, « hanno bombardato
persino l'Ospedale », ripeté più volte con toni di raccapriccio e di
sdegno. Parlò sempre fino a Piazza XVIII Agosto, erano le tre del
mattino, la parlantina, a lui non usuale, era una parlantina nervosa, ma
di gioia. Non era un suo figlio che tornava ma era « il figlio » e
questo gli dava una carica di contentezza, che esprimeva così.
Era un uomo alla buona ma, come tutti quegli uomini, nutriva amore
sacrale per i figli, la famiglia e non in senso egoistico ma per innata
grandezza d'animo.
Piazza del Sedile ricorre spesso nei miei ricordi, e nei ricordi di
tutti, e nelle immagini perché è stata, da sempre, il centro vero della
città, della vita e, perché no, anche delle feste. Anzi, tutta la vita
cittadina si svolgeva a Piazza del Sedile, che era detta la « chiazza »
per antonomasia ed anche perché non vi erano altre piazze, tenendo
presente che l'attuale Piazza Prefettura o Piazza Mario Pagano fu creata
dopo il 1840 e si chiamava Piazza dell'Intendenza o Mercato.
La Piazza del Sedile di allora non era, certo, quella di oggi. Arrivava
fino allo sbocco di via Pretoria e la parte di sotto, dallo sbocco di
via Pretoria fin dove si ammira, oggi, il Tempietto di San Gerardo, non
esisteva proprio. Vi era una stradetta, nemmeno lastricata, senza uscita
e che portava nell'orto di Martorano. Anche allora vi era un busto di
San Gerardo, marmoreo, su un basamento di pietra nostrana a forma di
giglio e il busto era addossato alla Chiesetta di San Nicola, che ornava
la Piazza e di cui la follia devastatrice non ha lasciato nemmeno le
tracce.
Ma ancora all'epoca dei primi autobus la « chiazza » era il « centro »,
direi, la tappa obbligata per tutti. La Casa del Fascio, degli anni
trenta, compromise la sua genuinità, l'imbruttì, però, le dette più
importanza ed anche più movimento. I Federali ebbero modo e spazio per
fare bella pompa di sé, le sahariane e i « caccia-fumo » in testa si
sprecarono e furono tanti e tanti i saluti romani e i tuoni degli «
eia,eia, alalà ». Non è questo il compito che mi sono assunto, l'ho
ricordato per inciso ed anche perché, piaccia o non piaccia, fa parte
della vita della « chiazza » stessa.
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La gente frequentava la « chiazza » per necessità perché vi era il
Municipio, la Farmacia, il cui titolare, don Nicola Perri, un
trapiantato, aveva garbo e modo di trattare la clientela e sempre la
parola di conforto e di augurio per i malati, il Caffè Dragone, dove si
gustava la tazza di caffè dall'aroma prelibato e inconfondibile, tostato
in casa e con metodo tutto proprio, una vera istituzione, dove vi erano
i cappelli e le coppole di Suglia.
Ma là « chiazza » era frequentata anche per il piacere e il gusto di
passeggiarvi e, poi, vi erano gli studenti dei primi e più importanti
Istituti della città: l'Istituto Magistrale e il Ginnasio Liceo, poco
lontano.
Tutto era avvenuto, ben s'intende, per gradi e senza scosse e, in
particolare, dopo che, con l'apertura della via del Muraglione, avvenuta
nel 1854, la « chiazza » aveva guadagnato spazio verso il basso fino a
raggiungere le attuali dimensioni.
Fu dopo questo periodo che sorsero, a mano a mano, case ai due lati ed
il tempietto di San Gerardo, che costituì e costituisce, ancora oggi, il
limite ultimo, o confine, della piazza.
Insomma, la prima « chiazza » della città e prima non solo perché
primogenita ma, innanzitutto, perché ritenuta dai potentini la prima
della classe, quindi, la più importante, anche in seguito, concedendosi
più spazio, si dava più tono, nella considerazione grossolana e
superficiale.
Davanti all'antico « Siegge » (Seggio, Sedile dell'Università o Casa
Comunale, edificio ,dicono le storie, molto pregevole specialmente per
il suo storico Arco) che le aveva dato il nome di Piazza del Sedile, con
l'apertura della via del Muraglione, che, allungandosi in seguito fino a
Piazza XVIII Agosto, divenne prima Corso Vittorio Emanuele e poi Corso
XVIII Agosto, si chiuse, a mio giudizio, l'era della vecchia antica
Potenza e cominciò lo scempio del vecchio, vuoi per insipienza e scarsa
valutazione dell'esistente e vuoi per la fregola di novità, che non è
mai mancata in noi.
E fu, certamente, uno scempio la demolizione dell'antico « Siegge » per
far posto al Palazzo di Città, che fu imbruttito ancora, in seguito, con
le sopraelevazioni, fu uno scempio la distruzione della Chiesetta di San
Nicola e la costruzione del bruttissimo edificio della Casa del Fascio
ed in ultimo, sperando che sia l'ultimo, è sorto il palazzo che ospita
la SIP sulle rovine di un palazzo grosso e decente, che mostrava sulla
Piazza una facciata pregevole con un portone ad arco di notevole
fattura.
Si chiuse l'era delle panche di pietra, degli alberi, dei lampioni, si
chiuse anche l'era di una delle più grandi tradizioni storiche e del
costume civile del popolo: la festa di San Gerardo.
La festa più caratteristica, più lieta, più rumorosa, più sentita,
infatti, si svolgeva tutta nella « chiazza ».
A lato e lungo il muro della chiesetta di San Nicola si montava
l'orchestra per le bande, lungo i lati si mettevano i « cantieri » (i
pali) per l'illuminazione, davanti al « Seggio » si elevava la « Machina
», che dava il vero aspetto di festa alla « chiazza » e che raffigurava
la prospettiva di un alto e maestoso tempio con balaustra, colonne,
cornici, cupola, rivestita di carta e di « percallo », che veniva
illuminata nelle sere della vigilia e della festa con centinaia di
lampioncini di carta o di vetro e davanti alla quale si posava la statua
di argento di San Gerardo, insieme a quella degli altri Santi, dopo il
giro della processione, a cui faceva seguito lo sparo delle batterie,
preparate su filari di canne, che si snodavano lungo i lati della
Piazza.
Nei tempi che seguirono fu conservata la fermata della processione in
Piazza del Sedile, la statua argentea di San Gerardo veniva sistemata a
fianco del Sacello del Muraglione e si sparava pure ma una sola
batteria.
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Sparirono, purtroppo, altre usanze come quella del « Talmo », che era
una specie di palco su cui poveri pezzenti, e per giunta affamati,
facevano a gara, con le mani legate dietro la schiena, a mangiare un
piatto di maccheroni, e quella del « Maio », che era un albero, alto e
ben levigato e spalmato di sapone, alla cui estremità vi era un cerchio
da cui pendevano caciocavalli, prosciutti, una pezza di formaggio,
qualche fiasco di vino e che costituivano il premio per chi avesse
raggiunta la cima.
Erano giochi, forse, primitivi, magari un po' cattivi, ma di grande
effetto sulla gente, che li seguiva con molta attenzione fra urla,
sghignazzate e grosse risate, specialmente per le grandi « scivugliare
», a cui andavano incontro i concorrenti che non riuscivano a
raggiungere la cima.
Con l'apertura di nuove strade vennero anche nuovi divertimenti come la
corsa degli asini, dei muli, la corsa nei sacchi.
Ricordarmi della Piazza del Sedile non avrebbe senso e sarebbe,
innanzitutto, un ricordo incompleto se non ricordassi la mia gioventù,
tanta gioventù studiosa, che ebbe come punto di riferimento obbligato,
come luogo di incontro la «Chiazza». Questo perché vi era l'Istituto
Magistrale e non molto distante il Liceo-Ginnasio.
Accese rivalità e, perché no, anche cazzottate fra gli studenti dei due
Istituti vi furono sempre ma furono soltanto rivalità sportive perché
proprio fra quegli studenti e in quella « chiazza » sorsero le più belle
amicizie, sbocciarono tanti amori, che ebbero il solo torto di essere
ingenui, platonici, sentimentali. Ma l'amore era amore cioè essenza
spirituale, lo cantavano i poeti, nei quali credemmo, lo cantavamo anche
noi nei nostri tentativi poetici, che, se non ebbero il favore dei
critici e della stampa, ebbero il pregio della sincerità e di una certa
validità letteraria.
Erano, in fondo, la nostra espressione, l'espressione di una gioventù
non sofisticata, pulita, credente per costituzione e per educazione nei
valori umani della vita, studiosa, preoccupata del suo avvenire. Quanti
di quei giovani non hanno visto l'età matura, quanti non hanno raggiunto
la meta. E' difficile dirlo perché gli anni sfumano i ricordi e perché
tanti sono andati lontano per strade e destini diversi, tanti sono stati
vittime della malasorte e delle guerre.
La mia generazione, quella precedente, la generazione che venne dopo,
furono, certamente, generazioni sfortunate. Nascemmo durante la guerra
mentre i nostri padri marcivano nelle trincee e nelle nostre case
regnavano povertà, privazioni, sofferenze, quando non vi erano che
botteghe chiuse e terre abbandonate e, assai spesso, lugubri rintocchi
di campane a morto o nascemmo subito dopo la guerra fra disordini,
scioperi, caos, che portarono all'avvento del fascismo. Non avevamo
colpe ma pagammo le colpe degli altri.
Prima non avevamo l'età per ribellarci, dopo ci mancò il tempo, lo
spazio, la preparazione, l'aiuto per esprimere in pensieri, parole,
opere i nostri palpiti di libertà e continuammo a pagare, costretti in
un certo tipo di vita, di educazione, di studi, in un continuo
sacrificarsi, in un impossibile disubbidire, martellati da miti e
leggende. Credemmo in Dio, nella - famiglia, nella Patria e pagammo.
Pagammo col sangue nelle guerre: Africa Orientale, Spagna, secondo
conflitto mondiale. Partimmo tutti alle note degli « inni della Patria
», tornammo « i superstiti », menomati fisicamente, distrutti
moralmente, ma non tornò Pasquale Graziadei, Stefano Iosa, Orazio
Petruccelli, non tornarono tanti giovani, che avevano, per anni,
affollato la « chiazza », arricchendola con il vigore, la bellezza, il
profumo della loro giovinezza.
È un ricordo fra i ricordi ma doveroso perché la Potenza degli anni
venti, degli anni trenta fu la Potenza di questa gioventù, che era
l'anima di quelle case, di quelle strade, che io mi sono proposto di
presentare, a mano a mano.
È un ricordo, certamente, commosso, sentito, anche se generico, perché
mi coinvolge direttamente mentre sfilano nella mia mente facce e figure,
che non ho dimenticato, si affollano vicende, avvenimenti, storie di un
mondo, forse, ingiustamente sommerso perché confuso con i protagonisti,
i profittatori, gli esaltati di un'era.
È il ricordo di quella folla di bambini, che accoglieva festante
l'arrivo della prima « banda » forastiera per la festa di San Gerardo e
la precedeva, lieta gesticolando e saltellando, durante il giro della
città.
È il ricordo di quei bambini fatti uomini e che onorarono, nei mestieri,
nelle arti, nelle professioni, negli impieghi, con serietà, dignità e
degnità, la loro città, la loro terra, se stessi.
Non ho tante immagini da includere nel testo, ne ho due soltanto, sono
del mio album personale e le presento non per un omaggio a pochi ma per
un omaggio a tutti: pochi nelle fotografie, tutti nella immaginazione
affettuosa.
Al ricordo di quella gioventù che, in alcune ore del giorno, dette vita
alla « chiazza », diventa, per me, quasi un obbligo, il ricordo di
personaggi, diversi per educazione, cultura, tipo di lavoro, ma che
rappresentarono una « istituzione » e che per la loro notorietà
costituirono un punto di riferimento, di incontro.
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