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PARTE X
(continuazione 3)

Un Prefetto fascista e non di carriera, che fece, indubbiamente, del bene a Potenza perché lo sentiva come dovere ed anche come piacere e non mi si venga a dire, con la solita frase dei tempi, che corrono, che lo fece per demagogia. Era un fascista di fede e convinto e pagò con la sua morte in Russia, e in combattimento, la sua fede e le sue convinzioni. Aveva tutta l'aria di essere, in fondo, un buono e, per le sue fattezze fisiche, era anche un bell'uomo. Chissà quante signore se lo contesero o sognarono di contenderselo, anche perché girava voce che fosse un « don Giovanni ». Aveva una bella moglie e, in casa, un'altra donna, ufficialmente, la cognata e, secondo la maldicenza, la sua amante. La stessa maldicenza montò una sparatoria in casa del Prefetto, durante la quale, l'Avenanti, colpì, con un colpo di pistola, di striscio, la moglie, che si era ribellata a questo menage a due. Si disse, pure, che uno dei due chirurghi, esercenti allora in città, aveva prestato, in tutta segretezza, la sua opera. Episodio vero o fantasioso? Non ho dati per confermarlo e gli attori, chiamati in causa, sono tutti nel mondo dei giusti.
Secondo il giudizio dei competenti aveva una notevole cultura amministrativa e non gli sfuggiva niente ma aveva anche una buona cultura generale e lo dimostrò, senza ostentazione e senza retorica, nei suoi discorsi, durante i quali sapeva essere anche brillante.
Amante della disciplina e del dovere non amò, certamente, i cosiddetti « ma1-iapane a tradimento » specie quando i fannulloni e i perditempo intralciavano il normale svolgimento delle cose a detrimento della popolazione.
Un giorno, di buon mattino, vestito alla James Bond, con la sua automobile, una « Spider » personale, si recò in un vicino paese e si fermò davanti al Municipio, che trovò chiuso e con la gente in attesa. Si intrufolò nel mucchio, per quanto nessuno lo conoscesse, e, facendo finta di aver bisogno di qualche certificato, cominciò a rivolgere domande. « Signore mio », gli rispose una donna, « Hai voglia d'aspettà cumm' a nui... ca l'usciere face lu scarpare e quanne pote s' vene a affaccià... lu segretario comunale tene la migliera ca face la maestra 'ncampagna e idde guarda r' criature.. e lu Pudestà s' guarda la 'rrobba soia! ».
Aspettò ancora un'oretta, controllando che questa fosse la verità, e, considerato che l'attesa si faceva lunga e inutile, chiamò un uomo e gli disse: « Per piacere, vai dall'usciere, digli che c'è il Prefetto di Potenza, fatti dare la chiave ed io sbrigherò tutte le vostre pratiche, perché ho l'autorità di farlo ».
Le sue parole attraversarono il paese con la velocità del suono e comparvero, trafelati e sconvolti, l'usciere e il segretario comunale ed il Prefetto, senza scomporsi, con calma, ma con estrema decisione, prese due fogli di carta, si rivolse all'usciere e disse: « Firmami le tue dimissioni perché hai molto da fare come calzolaio e non puoi, certamente, fare l'usciere del Comune » ed al segretario disse: « Firmami che chiedi il trasferimento di urgenza a S. Martino d'Agri perché non puoi stare più qui, infastidito, come sei dalla moglie e dai figli, e, dopodomani, presentati al Podestà di quel Comune ».
Non si lasciò commuovere da promesse e piagnistei e il seguito fu come aveva deciso.
Abuso di autorità? Oggi sarebbero comparsi manifesti sui muri a difesa dei « poveri lavoratori », ribellione dei Sindacati, scioperi, interpellanze alla Camera dei Deputati, allora non avvenne niente di tutto questo e non perché non si difendesse il diritto del lavoratore ma perché, con il diritto del lavoratore, si difendeva il buon andamento dei servizi pubblici e il diritto degli utenti, che, tante volte, vediamo calpestare.
Una mattina, alle dieci, il Prefetto aprì un rubinetto e non vi era una goccia d'acqua. Mandò in giro per la città un agente di polizia per constatare se la popolazione fosse stata avvisata, con regolare manifesto, della interruzione di erogazione dell'acqua, dei motivi e del periodo di interruzione. La norma era stata disattesa, allora, telefonò al Comune, qualificandosi e chiedendo di parlare con l'addetto al Servizio. L'impiegato, con saccenteria e molto sussiego, cominciò: « ... Dovete sapere... la teoria dei vasi comunicanti... ». Ma non potette continuare nella sua disquisizione di fisica perché il Prefetto l'interruppe dicendogli: « Io non so niente dei vasi comunicanti... so soltanto che non c'è acqua e che non è stato fatto avviso alla popolazione.. venite subito in Prefettura... ». Quando fu al suo cospetto lo trattò a « pezze da piedi » e, dirupandolo per le scale, gli ingiunse: « Se entro dieci minuti non arriverà l'acqua finirete in galera a completare la vostra cultura di fisica ».
Non solo l'acqua arrivò, e sotto violenta pressione, in meno di dieci minuti ma non mancò mai più.
Si fece dei nemici? Certamente, ma non li temeva e non soltanto perché aveva le spalle coperte dalla sua autorità. Gli mancò la soddisfazione di vederli, dopo il 1945, a ostentare il loro «martirologio» nella lotta ai primi posti nei partiti antifascisti.
Il comunismo dei fratelli Padovani è in tutte le cronache e le storie della città di Potenza e non è solo verità, fatta di parole postume, ma fu coraggiosa sostanza, che li onora. E' vero, altresì, che in ogni festa nazionale, durante ogni visita di grandi gerarchi, venivano, regolarmente, tenuti in camera di sicurezza. Erano persone per bene, tenacemente fedeli al loro credo, composti, meno uno, che, spesso, ubriaco, dava i numeri, diventando noioso ed anche molesto.
La cosa non sfuggì al Prefetto e, come al solito, risolse il problema direttamente e responsabilmente.
Una sera, attese che il Padovani uscisse dalla cantina di « Peppe » a San Michele, ridotto come sempre, e, prima che cominciasse a sbraitare, magari, per via del vino, senza senso e senza costrutto, se lo prese sottobraccio e se lo portò in Prefettura, dove aveva fatto provvedere per farlo dormire.
L'indomani, a mente serena, si svolse il colloquio privato tra il fascista Prefetto e il comunista povero travet e fu un colloquio molto cordiale chiarificatore.
« Non desidero affatto — disse il Prefetto — che tu diventi fascista perché saresti un pessimo fascista, ipocrita e insincero ed io ti stimerei molto di meno. Non voglio importi le mie idee e la mia fede, ti rispetto per quello che sei ma esigo da te, uomo d'onore, altrettanto rispetto per le mie idee e la mia fede e per le idee e la fede degli altri e tu ne sei capace. Non voglio vederti abbruttito dal vino, che ti rende pietosamente ridicolo. Sono il Prefetto fascista ma sono, innanzitutto, il Prefetto di Potenza e, quindi, di tutti i cittadini, niuno escluso, desidero, allora, conoscere le tue angustie e le tue difficoltà e sono pronto a darti, sinceramente e doverosamente, una mano. Voglio esserti amico a patto, però, che sia un sentimento reciproco ».

Questo raccontava, in tutta onestà il Padovani, che aggiungeva: « Mai nessuno mi aveva parlato così, ne fui commosso ma, nello stesso tempo, mi sentii incoraggiato a raccontargli le mie sventure di perseguitato e di disoccupato e che, ricorrevo al vino per dimenticare ».
Non aveva finito le sue confidenze che già era comparso nella stessa stanza, dopo una breve telefonata del Prefetto, l'ingegnere capo della Provincia, De Mascellis, a cui disse, educatamente ma perentoriamente, « Da domani, l'amico Padovani, comincerà a dare la pittura nelle stanze degli uffici, più mal ridotte, vogliate dare disposizione e far svuotare gli ambienti ».
Padovani non divenne fascista, anzi, si sentì protetto nella sua fede, forse, continuò a parlare male del Fascismo ma quando nominava, o si nominava, il Prefetto Avenanti si toglieva il cappello.
Anche questo fu un atto demagogico? Una violenza fascista?
Direi, proprio, di no e saremmo grandi e generosi se riconoscessimo che fu un atto di civile convivenza, di umana comprensione e solidarietà e non per fare giustizia di un uomo, che non ebbe bisogno della nostra giustizia ed ancora me-, no ne ha bisogno oggi, di un uomo che non patrocinò, soltanto, la visita a Potenza dei grandi Gerarchi del Regime e dello stesso Mussolini ma fu utile alla città ed alla Provincia.
Fu il solo? Ma non è vero perché come lui ci furono tanti altri e tanti nostri Federali, di cui sarebbe bene che qualcuno, in tutta buona fede e coscienza si occupasse, certo, anche del foggiano Di Mar-zio, che fece tanto male alla città ed alla gente, con presunzione e guasconescamente, ma per fare dei paragoni, per fare delle distinzioni, per ricavare esempi, strumenti di meditazione, perché si sappia e perché su quelle conoscenze si costruisca il buon futuro.
Spacconeggiava in Piazza Prefettura, con brevi distrazioni lungo la Via Pretoria, indifferentemente se in direzione Piazza del Sedile o Portasalza, nelle ore di affollamento il sedicente « Cavalier » Verdone. Nessuno seppe mai la sua vera data di nascita, né il suo vero titolo di studio, né la verità sul suo impiego. Al periodo dei miei ricordi, credo, fosse sulla quarantina, di cultura molto modesta ed anche di modeste possibilità economiche né, certo, era un Adone ma faceva di tutto, il più delle volte cadendo nel ridicolo, per dimostrare di essere giovane, ricco e bello. Si sforzava di essere diverso, per polarizzare, su di lui, le attenzioni, particolarmente delle donne, anche nel vestire, provava gusto che la gente si girasse per guardarlo anche se, alcuni, si giravano ma solo per sfotterlo.
D'estate era in « paglietta tosta », alla Nino Taranto, con bastoncino di bambù, che, con una certa grazia, faceva volteggiare nella mano destra e viaggiare da una mano all'altra, giacca scura, pantaloni bianchi, scarpe a doppia tinta, grossa cravatta a farfalla e d'inverno con cappello semirigido e a larghe tese, cappottino scuro lungo fino al ginocchio.

Vittorio Emanuele III e il figlio al balcone della Prefettura (1925).

Non so se, oggi, sarebbe stato catalogato fra i « play-boy o i latin-lover » e non so nemmeno che cosa facesse alle donne o con le donne, è certo che gli inchini erano più numerosi dei suoi passi, evidentemente la sua colonna vertebrale doveva essere integra e ben flessibile. E gli inchini si sprecavano specialmente quando non conosceva la donna ed era una sua tecnica per preparare l'abbordaggio, quasi, come il gatto prepara la sua aggressione al topo. La donna oggetto di inchini era, quasi, costretta a girarsi e rigirarsi, per paura di aver commesso una gaffe con conseguente brutta figura e, proprio, quello era il momento del Cavalier Verdone per compiere la sua galante aggressione e le parole erano su per giù le stesse « signorina... come state... da quando tempo non ci vediamo... La signorina, esterrefatta, anche perché di quei tempi essere fermata in Piazza Prefettura o in via Pretoria da un uomo non era esente da critiche maldicenti, balbettava « ... ma io non vi conosco... vi siete sbagliato... e quello ritornava alla carica... oh! Dio, mi sono sbagliato... come mai... bè, comunque, è l'occasione per presentarmi... sono il cavalier Verdone e per accompagnarvi... per offrirvi qualche cosa... e così continuava nella sua logorrea vuota e sciocca, che il più delle volte infastidiva e la donna faceva di tutto per allontanarlo, ma qualche volta faceva anche centro. Parlava delle sue virtù come se avesse inghiottito un disco e fra le sue virtù decantava la sua grandezza di violinista. Il violino l'aveva ma come violinista era veramente uno strazio. Una sera lo portammo con noi ad una contadinotta festa nuziale e fu già un miracolo se riuscimmo ad uscire da quella casa senza le ossa rotte e per la stalla mentre il Cavaliere si ostinava a ripetere che era gente da poco e molto ignorante e che non aveva capito niente della sua musica « classica e nobile ». Meno male che un nostro compagno di avventura, approfittando del tafferuglio, passando per la cucina, aveva rifilato dentro il fodero del violino un bel prosciutto, che ci servì per lo spuntino di qualche sera ma, naturalmente, senza il Cavaliere.
Cliente della Piazza e di qualche tratto di via Pretoria breve, anche perché aveva la sua camera d'albergo di notte in via Cairoli, in uno di quei finestrini a livello stradale del forno Calvi, caldo, quindi, d'inverno, ma cliente assolutamente diverso dal Cavalier Verdone, fu il povero « Sarachedda ». Ogni volta che l'incontravo mi faceva, ricordare di un episodio della mia vita professionale. Dopo la visita, stavo spiegando ad una donna di Ruoti la malattia, da cui era affetta, con conseguente cura e la dieta da seguire allorché fui interrotto, perentoriamente, con questa angosciata esclamazione « Travagli'... pocch'... agg' nate a frieche... malata... muricine e pure senza magnà... ». Ora, senza minimamente voler interferire sulla volontà e i fini di Dio, ma Sarachedda era nato « a frieche fisicamente era semplicemente un quadro pietoso, brutto, magro, allampanato, si potevano contare le ossa senza fargli togliere quei quattro stracci che portava addosso come vestiti, senza salute, tossicoloso, tutto curvo e sbilenco, senza un soldo per povertà ereditata e per incapacità personale, fisica e intellettiva, di poterseli procurare.
Viveva con qualche lavoro di facchinaggio leggero, perché altro non poteva fare, con qualche atto di umana solidarietà, viveva per un grande amore: la squadra di calcio di Potenza!
Non poteva e né doveva mancare al Campo Sportivo, dove, nervosissimo, era sempre, in movimento, sfumacchiando sigarette, gridando, con quel poco fiato che aveva in corpo, improperi all'arbitro, che, a suo giudizio, sempre era ingiusto nei riguardi del Potenza, e tutti gli arbitri erano la stessa cosa, e incitando i suoi beniamini con un grido fatidico e rimasto « in memoria »: « Potenza all'attacco! ».
Credo che, ancora, Faluccio Sarachedda, la domenica, si giri e rigiri nella tomba a gridare improperi agli arbitri e appassionati « Potenza all'attacco ».
Forse, un esempio di come, il più delle volte, la felicità è fatta di niente, per me, è il ricordo di un essere sventurato e che, anche se attraverso la squadra di calcio, dimostrò, nei suoi limiti di capire e di sentire sentimenti e passioni, amore ed attaccamento verso la sua città, che, fra l'altro, non gli offriva né pane e né letto.

2 giugno 1908, la festa dello Statuto, la sfilata del 29° Reggimento Fanteria in Piazza Prefettura.
 

Piazza Prefettura di antica epoca: in fotografia le case di fronte al Palazzo della Prefettura

Più volte al giorno e per una breve visitasi affacciava in Piazza Prefettura un personaggio amato da uomini e donne, giovani e anziani, per la sua venerabile età, sfottuto per la sua mania: don Arcangelo « Zaaglia ». Era giovane (si fa per dire perché quello dei miei ricordi non aveva meno di settant'anni) di farmacia e lavorava presso la Farmacia Dente, era un uomo apparentemente normale ed anche curato nella persona e nel vestire. Portava sempre, d'estate e d'inverno, un gilè con sei taschini e in ognuno di questi taschini aveva un orologio: due Roskoff al primo piano, due Omega al secondo, due Longines al terzo. Erano e dovevano essere, guai a contraddirlo perché volavano maleparole e offese, i migliori e i più precisi del Mondo .Arrivava in Piazza Prefettura e con molta religiosità tirava dai taschini, uno per volta, gli orologi e li raffrontava con l'orologio della Piazza. Ogni variazione era da addebitare sempre all'orologio della Prefettura, che era « na friggiova » perché i suoi erano infallibili. Chiedergli l'ora significava farlo felice perché si dimostrava stima e fiducia nei suoi orologi.
L'origine, la provenienza, l'età degli orologi, penso, non fossero note nemmeno al padrone, il quale, però, a richiesta, forniva una storia lunga e confusa, in cui entrava anche la Svizzera, la Francia e le Ferrovie dello Stato, ma che sarebbe un'impresa ricostruirla.
E ancora Michelino Pergola « Dal Mercato si dipanava la via Portamendola, una spaccanapoli in diciottesimo che concludeva i suoi contorcimenti presso la torre della gallina dalle uova d'oro ».
Un vicolo molto tortuoso, stretto, con qualche slargo, ogni tanto, per respirare e per far respirare, un vicolo, però, ben noto ai Potentini di tutte le epoche. Lascio agli storici o ai sedicenti tali di accapigliarsi sulla esistenza o meno della porta, nei miei ricordi non c'è mentre c'è la « torre della gallina dalle uova d'oro » e c'è anche nelle mie immagini per la conoscenza e i commenti dei miei lettori. Ricordo anche il rione di povere case, che confluivano al vico Portamendola, prima della costruzione del grande palazzo dell'I.N.A.. Si affacciava alla via del Popolo, la parallela alla via Pretoria, che andava, come oggi, da Portasalza a sotto il Muraglione, sbucando proprio di fronte alla scalinata che, dalla torre portava a Piazza 18 agosto 1860, che assunse particolare importanza durante il periodo fascista per la presenza del monumento ai Caduti della Grande Guerra 1915-18 e, perciò, fu meta di tutte le manifestazioni in onore « degli eroi della Patria ».

Portamendola

Uno slargo di Portamendola.

La maestra Vincenzina Sarli.
Il prof. Consuelo Luccioni

Il vico Portamendola mi riporta a due ricordi, uno dell'infanzia e l'altro di adulto e già medico.
L'attraversavo due volte al giorno, da bambino, per frequentare la scuola elementare, intitolata a Rosa Maltoni, maestra e madre del Duce.
Ma il mio ricordo non è al Palazzo, alla sua storia, alle vicende legate al bombardamento del settembre del 1943, che lo danneggiò notevolmente, o all'ultimo terremoto, che pure si accanì contro, è un ricordo patetico, sentimentale, affettuoso e doveroso, è il ricordo della mia cara, mai dimenticata e indimenticabile, maestra Vincenzina Sarli. Non perché mi presentò alla licenza elementare come « buono, bravo, accurato nello studio, curato nei libri e nella persona, intelligente, diligente, è il primo della classe, è l'esempio dei compagni » ma perché quello che sono stato dopo, quello che sono ancora oggi, lo debbo tutto a lei. Ebbe la virtù di insegnarci 'a leggere ed a scrivere, la pazienza di portarci per mano, di capirci, di interpretare i nostri sentimenti, le nostre tendenze, le nostre predilezioni, ebbe tanto amore nel crescerci sani nella mente, nel cuore ed anche nel fisico.
Con la sua dolcezza infinita seppe modificare anche gli istinti cattivi dei più riottosi e recalcitranti e riuscì, anche, a istradarli nella vita. Grazie a lei siamo rimasti, nella vita, sempre i compagni affettuosi e uniti come allora perché seppe inculcarci il rispetto per noi, per gli altri, per i genitori, per il prossimo, per la nostra terra, per la Patria. Non conservo solo le sue lettere e la sua fotografia ma conservo, gelosamente, nel mio cuore, la sua immagine, nelle orecchie le sue parole di maestra e di mamma, anche se mamma non fu. Morì ultranovantenne e trascorse gli ultimi anni della sua vita a Matera, fra i figliastri, che la venerarono, sposò, già anziana, il vedovo Spera, pittore, uomo di notevole cultura, di grande serietà, onestà e capacità.
Le feci visita più volte ed ogni volta mi teneva stretto fra le sue braccia, chiamandomi ripetutamente « il mio Franceschino... ».
Un giorno le dissi che non ero più « Franceschino » ma un Francesco fatto grande e lei mi rispose: « Certo, sei fatto grande, io sono contenta ed orgogliosa, ma per me sei sempre il « mio Franceschino ».
Scadeva il cinquantesimo anniversario della nostra prima elementare ed io mi vidi presentare nel mio studio i compagni di quella prima elementare, che mi dissero « Vogliamo venire con te dalla " nostra " maestra ». Fu una grande giornata, si ricordò di tutti e di tutte le nostre famiglie, dei nostri compagni, che, purtroppo, non erano più in vita, si commosse fino alle lagrime quando le consegnammo il nostro omaggio, quasi balbettando « come siete buoni » ma buona, immensamente buona era lei e solo lei. Ma non si commosse soltanto lei, asciugammo qualche lagrimuccia anche noi, uomini maturi, ma uomini forgiati a quella scuola di umanità e di grandezza di sentimenti.
Forse, qualcuno, leggendomi, potrebbe atteggiare il suo volto ad un ironico sorriso, farfugliando che i tempi non sono più quelli. Non ho difficoltà ad ammetterlo, ma, nello stesso tempo, ho la convinzione che sono cambiati in peggio specie per quanto riguarda l'amore degli uomini e fra gli uomini.
Via Roma, già Via del Popolo e nuovamente Via del Popolo, mi vide continuamente anche da medico e per anni, perché prestavo la mia opera presso la « Clinica Luccioni », sorta con un atto di vero coraggio, in un periodo incerto e instabile, nel palazzo a fianco della scala Rossano, in seguito trasferita, in un palazzo di nuova costruzione, più grande e più funzionale, nella detestata e deprecata via Mazzini, che, prima della Clinica, ancora oggi esistente e in piena attività, era una via solitaria, per alberi, per qualche coppia di innamorati e per cani randagi.
Fu, per quei tempi, non solo una novità per la città di Potenza, ma fu una vera e propria conquista e si realizzò grazie alla volontà, la tenacia, il sacrificio di un uomo solo: il prof. Consuelo Luccioni, chirurgo e radiologo primario. Nel bene e nel male, superando, talvolta, spigolature caratteriali, talvolta, incomprensioni o, semplicemente, emotività, gli fui accanto, per lustri, con fedeltà, con affetto, con stima profonda, con ammirazione. Ho dedicato a lui due monografie, spontanee e sincere, che non vorrei fossero ritenute, soltanto, miei ricordi personali o, peggio, attenzioni di circostanza, non ne ho saputo mai fare, ma vorrei, mi si scusi la presunzione, fossero lette e meditate anche in alte sedi, perché l'Uomo, il professionista, fu degno della città, che lo'ospitò, e la nobilitò con la sua onestà, la sua capacità, il suo zelante attaccamento al dovere professionale, il suo galantuomismo. Elargì, con prodigalità e fino al sacrificio di se stesso, i beni del suo intelletto, della sua scienza e della sua arte, e si immolò, proprio come ogni buon soldato, sul campo di battaglia.
Dietro una lastra di marmo, nella cappella che egli volle per sé e per i suoi, restano povere ceneri o, forse, niente per la naturale consunzione della parte fragile e caduca dell'essere ma resta in città, in tutta la terra di Basilicata, la fiamma, che è spirito e immagine dell'Uomo, curiamo che non si spenga perché è un esempio per i presenti, una speranza per il futuro.
Ma la Clinica di Via Roma non mi trascina solo al grande ricordo, anche all'umile, all'infermiere Peppino Palmieri e, credo, di far piacere anche allo spirito dello stesso Prof. Luccioni perché Peppino gli fu fedelissimo, affettuoso, generoso.
Un signore distinto, intelligente, di una capacità professionale non comune, ma, innanzitutto, fu di una sensibilità particolare verso i sofferenti, verso gli ammalati, che curava, tecnicamente, con attenzione e puntualità, moralmente, con il suo sorriso, la sua parola, la sua presenza assidua e cortese. In servizio non era mai stanco, nonostante l'anchilosi retta di un suo ginocchio, passava continuamente da una stanza all'altra, da un letto all'altro, di giorno e, particolarmente, di notte perché, nel sonno e inconsciamente, l'ammalato non commettesse atti o movimenti contrari alla sua situazione.
Non aveva frequentato, certo, grandi scuole ma aveva un particolare e innato fiuto medico, che aveva affinato guardando, chiedendo, meditando perché aveva passione e perché sentiva, profondamente, la responsabilità del mestiere delicato e impegnativo.
Svoltando l'angolo dell'Emporio Ricasoli, si entrava nel tratto di via Pretoria, che portava a Portasalza e, poi, a Ciunnella, a Montereale ed alle strade, che portavano alla periferia, che, in genere, era tutta campagna coltivata, per lo più, a orto.
Ancora negozi, ancora gente, ancora vicoli e vicoletti, bassi, povertà, era l'altro versante della città ma era sempre la stessa città.
Il negozio di Florio, il compare di tutti, Giugliano, poi Diana, le scarpe di Torrio, Biagio Barra fu Stanislao, la fioraia Santarsiere, mascheravano un po' l'ingresso al vico Sanfelice, a quello di Sant' Rocchetiedd', di San Michele, di Giordano Bruno e, qui, mi fa obbligo fermarmi per un personaggio tanto noto quanto caratteristico.
Nelle ore del mattino aveva il suo posto di lavoro in via Pretoria, vicino al muro della Chiesa della S.S. Trinità, con la sua cassetta-poggia-piedi e porta strumenti, cromatine varie, per tinta e qualità, spazzole di varia grandezza, pezze scamosciate per il lucido brillante e, per qualcuno, vi era anche il giornale del giorno.
Dopo-pranzo, a seconda della stagione e del periodo stagionale, cambiava il mestiere e, in genere, il posto di lavoro non era più fisso, ma mobile, non solo da un capo all'altro della via Pretoria, ma da un capo all'altro della città, nelle periferie più lontane, nei vichi più scordati.
Dal giugno al settembre era gelataio. Spingeva, a fatica, per il caldo, il peso, la sua sgangherata, irrazionale, disarmonica, composizione fisica, il suo bianco carrettino, con sirenoidi figure dipinte sui fianchi, con l'ombrellino variopinto, aperto sulla bocca del contenitore delle sue specialità, frutto della sua fantasia e delle sue provette manipolazioni: il gelato al limone e, meglio ancora, « la fraulella », il gelato alla fragola. Di sera, sotto l'ombrellino, vi era anche la luce.
Con la cassetta per lucidare le scarpe era in camice grigio scuro o nero, con il carrettino dei gelati sfoggiava una giacchettina bianca con un grembiulino, altrettanto bianco « che più bianco non si può ».