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Potenza – Milano (andata e ritorno) - 01 - Un caffè speciale

Ho almeno mezz’ora ancora e la utilizzerò per bere un caffè. Ne ho voglia da quando ho lasciato casa, un’ora fa, dopo la telefonata di Michela.
Sono stanco, annoiato e depresso, un buon caffé mi aiuterà a trovare le forze per questo viaggio improvviso, e imprevisto.
Erano anni che volevo andare a Milano e ci devo andare proprio adesso, che ho tante altre cose da fare e nessuna voglia.
Il bar è vuoto e spoglio e la cassiera è scorbutica, vecchia e racchia. Un euro e dieci centesimi, per un caffé, sono umanamente troppi ma pago senza protestare, la ringrazio e lo ordino al barman lasciando, a sfregio, lo scontrino e anche i quaranta centesimi di resto.
- Mi dà un poco d’acqua?
Anche il tizio al banco è dello stesso umore della cassiera. Non mi guarda nemmeno, prende lo scontrino e lo taglia, le monetine finiscono dentro un raccoglitore di vetro sistemato sull’angolo poi, ancora più scocciato, prende un bicchiere, apre il rubinetto della fontana, riempie il bicchiere, lo mette sul bancone e si gira per farmi il caffé.
“Acqua minerale, cretino” vorrei gridargli “ti ho dato anche quaranta centesimi di mancia, brutto pezzo di merda” ma non apro bocca e non bevo l’acqua, lo odio sinceramente, ma ho altri pensieri e cose molto importanti per la mente.
Anche il caffè è come tutto il resto.
E’ come la cassiera, il barman e il prezzo pagato.
Bruciato, troppo forte, uno dei peggiori che ho mai conosciuto, e bevuto, in tutta la mia esperienza, così lo assaggio e lo lascio quasi per intero nella tazzina. Alzo lo sguardo verso il barista e sorrido, con una specie di smorfia, e lui continua a guardarmi con aria scocciata, s’accende una sigaretta e sputa il fumo nell’aria.
Alle sue spalle c’è il solito cartello che vieta il fumo nei locali pubblici e mi viene da ridere, poi mi volto verso la cassiera e vedo che anche lei sta fumando.
Vorrei protestare, anch’io sono un fumatore però le regole vanno rispettate ma opto per il silenzio.
Saluto dicendo “buongiorno” e m’avvio verso la porta ma il barista ha un “acuto” degno del suo aspetto e del suo atteggiamento e, finalmente, pronuncia le parole più intelligenti, ovvie e, perdonate la parola, stupide e “cazzute”, che avessi mai sperato d’ascoltare da un tizio che lavora a un pubblico esercizio e, volente o nolente, deve dar retta a un sacco di gente.
“L’acqua, signore, me l’ha chiesta e non l’ha bevuta…”
Mi fermo, cerco tra le parole quelle piĂą feroci che mi passano per la mente, le trovo e, con un ghigno, quasi satanico, piĂą che altro irriverente, mi volto e, sempre sorridendo, anzi rimarcando una specie di smorfia sorridente, con calma e decisione gli rispondo.
“ Mi scusi, grazie. Che stupido, non l’ho bevuta perché mi sono dimenticato di dirle che avrei preferito quella del rubinetto. Lei mi ha versato quella minerale, dalla bottiglia e non me la sono sentita di chiederLe l’altra. Mi scusi tanto. La prossima volta…” (contemporaneamente penso “col cazzo che ci vengo un’altra volta in questo bar di merda!” ) “…la berrò ma sarò più preciso, nella richiesta”.


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