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Scriversi addosso – 01 - PrefaZione

Non è con amore, e nemmeno con grande piacere, semmai è anche, e non solo, per far passare il tempo che ho accettato, piuttosto ho dovuto, scrivere questa prefazione, parola composta dalle parole pre e fazione (pre da pre e fazione da divisione, non moltiplicazione, sottrazione o aggiunzione).
In verità è che non sono riuscito a trovare un cristiano (ma neanche un ateo, un mussulmano, un induista, un seguace di Geova, cristiano metodista, avventista, anglicano, emiliano, padovano e leghista) che voleva farlo così ho deciso di scrivermela da me medesimo pirsonalmente di pirsona. Una specie di autoprefazione (autoprefazione parola composta da auto mobbila e prefazione come sopra) che fa rima con masturbazione e che, per come è stata scritta, in parte vi somiglia; insomma una specie di sega, però solo mentale.
C’era d’aspettarselo, o d’aspettarmelo, “dats ke” questo mio scritto non è un racconto, non è un testo, non è un giallo, un “noir”, un rosa, tanto meno un verde, sole che ride o leghista, insomma si tratta di un non di tutto, o di niente, se preferite.
Trattasi, infatti, o difatti (o di fatti) di una raccolta, o antologia, di alcuni dei miei pensieri, piĂą scemi, o dementi (o deficienti) nulla tenenti e nemmeno nulla generali, nulla soldati, semplici o sergenti, caporali e caporali maggiori.
In verità, ma anche per bugia, si tratta soltanto di una piccolissima parte dei pensieri (o dei pinzieri) che ho avuto negli ultimi tempi, ovvero negli ultimi minuti, tra il terzo e il quarto, verso il tre e mezzo (da non confondere con il sette e mezzo, gioco d’azzardo, meno rischioso dell’asso e piglia tutto e meno complicato dello scopone, scientifico).
E’ stato molto divertente e spero che in qualche maniera lo sia anche per gli improbabili lettori, lettrici e gay che avranno la bontà e l’ardire di aprire e leggere anche solo la curiosità di “vedere” come andrà a finire e dove andrò a “pararare”. E’ anche stato emozionante, o quasi, più che altro inutile se non addirittura deprimente.
Ho perso l’abitudine, o la consuetudine, il vizio insomma, di camminare, mangiare, lavorare, dormire, scopare e fare qualsiasi altra cosa sempre con un block notes in tasca ed una biro di colore, rigorosamente nera.
Scrivere a mano, oltre che aiutare a mantenere in allenamento l’arto che solitamente uso per scopi più piacevoli, aiuta a pensare.
Lo faccio perché il pc è rotto (prima è stato impegnato) più che altro s’è incazzato, per dire la vera verità ha contratto un virus e non funziona. Meglio sia successo a lui che a me, o ad altri, meglio a lui che a quello.
Ciò mi consola anche se non sono riuscito a comprendere come sia successo giacché è sempre rimasto a casa, dentro il soggiorno, sopra la sua bella scrivania in noce di legno e di colore e non ha avuto alcun contatto esterno.
Scrivere a mano con una biro nera è alquanto divertente, oltre che faticoso. Specie per me che non lo facevo più da tempo; beh, da qualche giorno, a dire il vero (o la verità) da ieri, anzi da ieri sera.
Scrivere con una penna biro su carta bianca a righe, è come sollevare il tempo e andargli dentro ripercorrendo, anche fisicamente, i sentieri della mia infanzia ma anche della mia giovinezza e, ahimè, della mia maturità, o vecchiezza (o vecchiaia).
I pensieri, tra l’altro, specie i miei, soprattutto (o sopra tutto) in questo periodo rassomigliano a formiche, o insetti, rigorosamente neri come le lettere rapidi e veloci e vanno dappertutto (o dovunque, in qualsiasi luogo, o posto).
Quest’esercizio mi costringe, più che altro mi stimola anche la mente, perché quando scrivo è come se avessi dei tappi nelle orecchie e le pagine diventano come foglietti ripiegati; sono parole contro parole, una sorta di vento vociante o un fiume con mille affluenti che vanno in piena e urlano, se gravidi.
Le mie parole sono grosse, in soprappeso, pesanti e rompono gli argini, il silenzio del tempo e dello spazio nel quale erano rimaste bloccate, come incantate e soggiogate.
Cappero quante parole riesco a scrivere!
Con tutte le parole che uso normalmente potrei riempire le facciate del mio palazzo e anche dei fabbricati difronte (o di fronte) di spalle e di lato.
Sono parole che borbottano come fossero solleticate e torturate dalla storia della mia storia che non è la storia che si scrive e si studia ma che è pur sempre una storia singola nella storia più grande.
Le mie parole ridono, hanno una propria voce, una faccia, s’emozionano e m’emozionano; al massimo mi lasciano del tutto indifferente.
Sono un personaggio, non solo fisico.
Ho un inizio e, probabilmente, avrò anche una fine, spero la più lontana possibile e un fine, spero nobile, o almeno utile se non a me almeno alla collettività.
Mi piacerebbe elogiarmi e, in verità, lo faccio spesso, in continuazione e per davvero, specialmente quando apparentemente parlo male di me. Ciò nonostante non ho parole d’elogio, è piuttosto (non più tosto, magari!) il racconto che si elogia come un incanto di parole per me, dense come un ragù rimasto troppo sul fuoco, ballerino come un budino poco cotto, pieno di parole che si rassomigliano a voci che si allungano e si perdono.
Le mie parole hanno un dentro e un fuori, come le patatine sono croccanti, scrocchiano, hanno un sopra e un sotto, un laterale destro e uno sinistro, un fondo e un tetto.
Le mie parole risalgono, scendono, si fermano a bere un caffè e ripartono, schiantano e sprofondano perché sono fatte di abisso e di cima, di acme e di imo, di colore e di bianchi, di pieni e di vuoti, di profumo e di puzze, di luci e di buio, di sospiri e di urla, di piccoli universi e di grandissime speranze.
Le mie parole sono quadri, canzoni, poesie, se le portassi dal ginecologo scoprirei che sono gravide (o incinte, o pregne) e che partoriranno altre parole, ancora più gravide e già pronte a partorire altre e altre ancora e così via.
Nelle parole ritrovi la mia e la vita degli altri, tutti i suoni e i rumori, le emozioni e le inemozioni, tutto e niente. La mia vita, quella degli altri, meglio se di altri , meglio ancora se mia e di altri, tanti, tantissimi altri, piĂą sono e piĂą mi diverto.
Erano parole che covavo da sempre come una chioggia con i pulcini, le tenevo in caldo aspettando questo momento e, man mano che le scriverò, sarà come restituirle o regalarle al mondo.
Sarà come accendere migliaia di luci nella stanza del cuore e raccontare le emozioni senza l’ipocrisia della vita.
La mia scrittura dicono ( io e me medesimo) colpisce nel segno.
Far centro (magari!). Potrei vantarmi anche di questo oltre che di altri centri.
Ho timore (sono sicuro) che a questo punto sarete preoccupati e posso comprendervi. La mia scrittura oggi è come un’incontinenza addomesticata, me ne rendo conto, per fortuna ho raggiunto il limite di questa pagina (le altre le ho finite prima) e della mia discrezione.
Non dubito che prima o poi riuscirò ad abbracciare l’intero universo con i miei nuovi personaggi ed anche con tutti quelli che voi già conoscete.
Sono uscito dal seminato? Ho perso il controllo, il senso e la misura? Beh, avete i commenti per dissentire, per lasciare critiche ed eventuali reclami.
Anche i complimenti.
Sono un democratico sebbene non cristiano, per il vero solo non praticante, meglio ancora non sono mai stato un democristiano.
Ho sempre pensato che i sogni siano la fantasia e che entrambi debbano rimanere, a differenza della vita, coi piedi per aria giacché ci garantiscono la nostra quota di stelle.
Io sono il tipo di uomo che sogna per creare e realizza per sognare.
Sono un tizio speciale, lo sono sempre stato sin da bambino.
Ho sempre pensato d’essere una lenticchia in uno scatolo di fagioli. Ho scoperto, poi, d’essere un borlotto in un barattolo di cannellini ed oggi so d’essere solo un chicco di riso fra migliaia d’altri tutti uguali e cotti, in qualche caso anche stracotti.





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