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CARMEN DI GIULIO


     
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39 - LUCANIA

A te vietato è il fasto cittadino,
l’artificio, il tumulto della corsa,
ché, di natura, sei palestra agli ozi
e scrigno ai frutti delle tue fatiche,
dolce terra lucana,
dove i rumor del mondo, in un sorriso,

si smorzano di sole e di ruscelli,
dove il sasso sonnecchia indisturbato
e la luce vi gioca a rimpiattino
con i picchi e le balze,
dove ogni fratta ha odor di biancospino.
Qui l’eterno bisbiglio delle cose,

l’agreste mormorio di mille voci
va sull’ali del vento, che, chiassoso,
fischia nei botri fondi,
scompiglia il crine delle querce annose,
spazza bruscoli, pettina i maggesi
e fra i canneti sibila errabondo.

Dan le tue vitree fonti un palpitante
festevole presagio,
che fa sereno e placido il pensiero.
Lucania, dove fiore non reciso
é la pazienza e l’ozio non vi alligna
fra gente che non sa tedio e languori,

il tuo bifolco t’ama,
ché il suo destino scava nel tuo cuore
e, in tacito colloquio con la zolla,
vi seppellisce il quotidiano affanno.
Tu nei sospiri e nel suo canto sei,
fresco come i tuoi pascoli,

solenne come priego. L’alma sei
del ramingo pastor, che gli occhi chiude
pieni d’azzurro e che nel verde stempera
il travaglio del dì, mentre vi guida
il suo fluttuante gregge.
Al suono dei campani si confonde

dalla boscaglia l’eco di una scure,
il ritmato dal greto sciabordare
che fan le lavandaie. A passi lenti
il tempo qui cammina
fra i dirupi, gli arcani suoi svelando
ai poggi aulenti.



39 - LUCANIA
Verrebbe, leggendo questi versi, di dare al poeta un ruolo di importanza unica e fondamentale, che la vita, frenetica di oggi e faticosa di ieri, sembrano negargli ineluttabilmente, dandogli una dimensione marginale ed etichettandolo alla stregua di chi ha, beato lui, "tempo da perdere". Carmen guarda il mondo che la circonda dando un'Anima alle cose che osserva. Umanizza il paesaggio e la gente, i profumi e i rumori, che si separano, finalmente, dalla banalità di chi osserva ed opera solo al fine di procurare vantaggio per se stesso. La Lucania che descrive è ancora quella incontaminata della metà del secolo scorso, quando ancora i biechi interessi non l'avevano "adocchiata" per farne un serbatoio di rifiuti ed inquinanti. Come diverso sarebbe stato il suo "canto" se avesse potuto vedere l'orrore di una "Val D'Agri" violentata dal petrolio, dei boschi "disboscati" per ricavarne squallido denaro, di un territorio sfruttato ad opera di una agricoltura troppo intensiva, che al panorama naturale e all'ecosistema tutto, ha lasciato ben poco dello spazio antico e vitale, così abbondantemente disponibile, nel passato. Per certi aspetti, questi versi producono l'idea di ciò che era e che, forse, è irrimediabilmente perduto. A meno di un miracolo capace di cambiare il cuore degli uomini, un miracolo che forse, solo i poeti un giorno potranno contribuire ad operare.


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