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ROCCO SCOTELLARO

Scrittore e poeta, nacque a Tricarico ( Matera ) il 19 Aprile del 1923, da modesta famiglia contadina. Precoce negli studi fin da giovane rivela un talento non comune.
Sempre il primo della classe èra la meraviglia dei maestri. Gli stessi, incoraggiavano i genitori a farlo proseguire negli studi, ma questi, impossibilitati economicamente si rivolsero al sacerdote che lo aveva cresimato, il quale riuscì a mandarlo al convento dei Francescani a Cava dei Tirreni.
Contento di trovarsi nell’istituto, studiava con piacere. La sua spiccata intelligenza si mise subito in risalto. Oltre all’ottimo profitto nello studio, si dilettava a scrivere poesie.
Giunto al terzo ginnasio, Rocco ebbe la sua prima crisi. Dichiarò ai suoi genitori di non voler più stare in convento. Incoraggiato dai famigliari a rimanere, rifiutò categoricamente dichiarando che piuttosto si sarebbe buttato sotto un treno.
Tornato al paese, frequentò a Potenza il primo liceo con sempre brillanti risultati, poi successivamente andò a frequentare a Trento il secondo liceo, ospite in casa di sua sorella, sposata con un maresciallo dell’esercito. Lì conseguì la maturità classica.
Per continuare gli studi all’università di Roma facoltà di giurisprudenza, accettò l’incarico di istitutore a Tivoli, dove aveva vitto, alloggio e 350 lire al mese. Il 14 Maggio 1942 gli morì il padre lasciandolo nel più profondo dolore. Rimase in famiglia e la sua presenza fu di conforto alla madre. Erano anni di guerra e a causa dei bombardamenti non gli fu più possibile tornare a Roma e continuò gli studi a Bari e poi a Napoli senza poter frequentare e sostenne gli esami con molti sacrifici.
E’ il periodo in cui inizia la sua attività politica e il 4 Dicembre 1943 aderisce al partito socialista A Tricarico fu uno dei suoi fondatori. Appena ventenne fu eletto sindaco del suo paese.
Di indole buona, cercava di aiutare i suoi concittadini, combattendo la mancanza di lavoro e la miseria. Sopportava pazientemente le continue richieste della gente , non solo in municipio ma anche a casa all’ora dei pasti. Divideva con loro il cibo e perfino gli indumenti personali.
A 22 anni avrebbe dovuto essere già laureato ma a causa dei molteplici impegni trascurò anche i suoi studi. Intanto arrivarono i suoi primi successi poetici, vincendo piccoli premi letterari il cui ricavato lo dava ai poveri. La sua prima opera poetica dal titolo "E’ fatto giorno" ha vinto il premio Viareggio.
In quell’anno, per conto del municipio, l’UNRRA distribuiva buoni per cibo e vestiario.
Come spesso succede all’insaputa del responsabile, si facevano degli imbrogli nella distribuzione, per questa ragione in quanto Sindaco fù messo in prigione, subendo una grave ingiustizia.
Ci fù una ribellione generale. La sua amicizia con Carlo Levi , avrà su di lui una grande influenza. . Levi lottò fortemente per farne riconoscere l’innocenza, presto venne scagionato e rimesso in libertà.
In carcere egli aveva scritto un romanzo autobiografico "L’uva puttanella" e una seconda opera "Contadini del sud" Tutte due le opere furono pubblicate dopo la sua morte Nel 1954 e nel 1955.
Scotellaro dedicò la sua breve vita, alla lotta contro le ingiustizie e la povertà delle sua gente, partecipò personalmente alle lotte contadine per la conquista delle terre.
La sua personalità, eccessivamente complessa gli creava spesso conflittualità. Rocco è del tutto nel mondo contadino, parte di esso per nascita, per costume, per lingua, per solidarietà e insieme ne è necessariamente fuori per la sua qualità espressiva. La sua natura,rispecchiava l’ambiente famigliare in cui era nato.
Una famiglia di artigiani contadini, in un paese del tutto contadino.: Il nonno paterno ciabattino e la nonna levatrice,il padre e gli zii ciabattini e suonatori; il nonno materno fabbro, e la madre Francesca Armento scrivana dei contadini. Tutti legati alla terra e liberi insieme. Un mondo poetico identico a quello contadino nella povertà, nei modi di vita, nel tipo di cultura. Così Rocco è un contadino anche se non zappava e mieteva, ma non un contadino assoluto. Quel mondo è per lui il mondo dei Padri contadini (come li chiama in tante poesie). Un mondo misterioso come lo sono i Padri. Il mondo dei padri è un mondo chiuso e immobile, nel quale si può entrare ma dal quale è necessario il distacco: Questi antichi Padri sono legati da un patto: "Dal patto contadino". Scrive Rocco nel 1949; Ogni giorno sono entrato nel mondo loro, chiuso da un patto incrollabile, ma agli occhi del fanciullo, questo patto si modificava , si allargava, si rompeva, nasceva in lui una nuova presa di coscienza per la sua nascente autonomia.
La simbologia dei suoi scritti rispecchia i suoi conflitti interiori, un insieme di sentimenti contraddittori e nella sua espressione è presente tutto: l’antico, il futuro, la loro labilità di ogni conquista e gli antichi terrori ( quelli infantili di Rocco: il padre morto le paure di quel mondo magico contadino ), la incertezza esistenziale, il dubbio, la diffidenza, il disamore.,la paura di crescere,e la necessità di crescere, la fierezza e la vergogna, la gloria e il rimorso. I mali di sempre, la miseria, la fatica, l’angoscia, la sfiducia, la “pozzanghera nera” dell’abbandono, del tradimento, del dolore che è nelle cose,la vanità del potere, tutto questo crea in lui un profondo turbamento e smarrimento che lo fa crollare in una crisi esistenziale e religiosa tanto da fargli provare insani desideri di suicidio.
Nei suoi ricordi mette in risalto la nostalgia della madre, quando visse per un periodo a Trento. Lontano mille chilometri da Tricarico, spaesato (in un luogo così a lui estraneo). Sente il bisogno più che mai del padre che approvi il suo primo amore, ( pensava che con un uomo come il padre al suo fianco non avrebbe sbagliato una sola porta dell’avvenire ). Ma il padre era ormai nell’al di la, ed egli si sentiva ancora giovane ed aveva paura della vita.
Lontano dalla fede sentiva un immenso vuoto morale. Ma a scuoterlo da questa accecata ignavia che lo inaridiva sopraggiunsero le condizioni di bisogno in cui era caduta la sua famiglia.
Successivamente la perdita dei suoi manoscritti “i momenti più belli della sua vita” parve spossessarlo della sua unica ricchezza. Le sollecitazioni materne perché aiutasse i suoi “a vivere diversamente” lo irritavano facendolo precipitare nel più nero sconforto.

La sua prima poesia è datata nel 1940 ed è intitolata "Lucania"

"e là nell’ombra delle nubi sperdute
giace in frantumi un paesetto lucano"


La storia individuale di Scotellaro tra il 1941 e il 1944 è ricostruibile in particolare dal racconto "Uno si distrae al bivio".
E’ la storia significativa di una crisi individuale nell’ambito di una crisi letteraria più vasta e per questo molto interessante.
Nei suoi scritti si possono rilevare preziose e sincere confessioni sentimentali: patimenti di stagioni e presagi di morte nel climaterico autunno che poi riuscì fatale alla sua giovane esistenza: "Dio sa se moriremo quest’autunno"; interrogativi aperti sui più drammatici dubbi futuri.
( Sradicarmi? la terra mi tiene… "emerge chiaramente la sua difficoltà d’allontanamento. In altri versi si possono notare facili squilli di ottimismo primaverili " stanotte il cielo è un mandorlo fiorito - e nella valle il cuculo già freme").

Nel suo scetticismo religioso, si potevano cogliere speranze di salvezza:
( "sono come l’uccello dei tetti - che pigola, spia un buco nell’ autunno"), mistiche aspirazioni a una fonte di luce dove immergersi in un lavacro purificatore.

Determinanti per l’ allontanamento da Tricarico furono le gravi difficoltà economiche della famiglia che una vita di amministratore onesto e disinteressato poteva soltanto aggravare di debiti. Ma pure, desiderando di uscire dal suo ambiente e tuttavia turbato da profonda incertezza, temeva di sentirsi sradicato e perfino di tradire la sua stessa patria.
Scotellaro riuscì ad ottenere un occupazione , offertogli dal prof. Manlio Rossi-Doria, presso l’Istituto Agrario di Portici. E sugli ultimi così intensi anni della sua vita, occorrerebbe fermarsi per comprendere quale fu il suo dramma e la sofferta coscienza che ne ebbe.
Chiamava padri adottivi i suoi due affettuosissimi amici, Carlo Levi e Rossi-Doria, che benché lo aiutarono a superare le sue difficoltà pratiche, non poterono aiutarlo a risolvere il dramma della sua vita. Quando andò a Portici,si sentì sradicato dalla sua terra, una sofferenza di emigrato, di spaesato.
Il disagio profondo che egli avvertiva si riflette immediatamente, nei versi degli ultimi anni.
I suoi conflitti interiori lo laceravano. Egli li viveva in una situazione drammatiche.
La famiglia, la società lo volevano maturato, indurito alle necessità e alle lotte, ed egli non si sentiva abbastanza adulto. Così diceva in un appunto: " viene mia madre - Quando ti farai grande? ". C’è nei nostri modi quello di essere grandi ,a una certa età, per tenere come figli il padre e la madre. E io non sto crescendo abbastanza… "L’anima di latte" ancora sognava le perdute e ormai impossibili dolcezze materne.
Il padre morto era una forza mitica per la maturazione di Rocco, probabilmente la sua prematura scomparsa , lasciò un segno indelebile nell’animo del poeta, determinando la sua conflittuale personalità.
Dolorosi documenti di queste crisi si trovano nelle sue carte. .Il distacco dal suo paese e dalla lotta politica gli si configurava come peccato nella sua vita. Si sentiva in colpa versi i contadini di Tricarico per trovato un posto sicuro. Temeva di essersi disamorato della sua gente . " Il posto " titolava i seguenti versi:

"ora ti sei messo a posto
tieni il posto e mangi pane
piangi, piangi cuore contento
non ti puoi lamentare…
ma tu che hai tradito patria e amore
sei punito e non trovi amore".

Nell’animo del poeta pieno di lacerazioni interne, non riusciva più a volersi bene, provava un gusto amaro a "lottarsi". L’istinto oscuro dell’imminente commiato dalla vita lo espresse nell’ultima poesia dedicata al padre. " Padre mio ". I versi lasciano trasparire l’estremo turbamento,e la mancanza di fiducia in se stesso. Il dubbio costante " di non far bene ". Il vuoto per la prematura morte del padre , determinò in lui la sua incerta personalità………


Ve ne andate anche voi, padri della terra , e lasciate
il filo della porta più nero del nero fumo.
Quale spiraglio ai figli che avete fatto
quando la sera si ritireranno?


Scotellaro a causa della sua morte prematura, non riuscì a portare a termine né "L’uva puttanella" né l’inchiesta "Contadini del sud". Si tratta di due opere di notevole interesse sociologico e artistico nell’area meridionalistica del dopo guerra.
Il suo animo generoso e capace di lottare per i suoi contadini, si abbandona alla sfiducia e alla solitudine. Tutta la sua breve esistenza si svolse nell’apostolato dei poveri e della gente abbandonata alla sua miseria.

Morì giovanissimo, colpito da un male che le causò atroci sofferenze, nonostante le amorevoli cure della famiglia Rossi-Doria.


Virginia Grassi


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