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Guerrieri Gaetano


     
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LA COMMETIA TIVINO (Libberamente cupiata dalla chiù famosa di Dante Lichiero) – Inferno 2

Nel mezzo del cammin di nostra vita (ma anco della tua), mi ritrovai (picchè ‘nun ciavevo, come sempro mi accapita da cuacco tempo a cuesta patte, di megghio da faro) in una selva oscura (poco luminata probabbilmento pi sparagnaro cuacco cintesimo sulla bulletta) ché la diritta via cuesto paese e tutti cuanti abbiamo smarrito.
Allora Vircilio, che era riturnato dalla vacanza a Ischia (dov’era ito piffaro cure tirmali, massaccio e agopuntura garantito) con aria un poco stranita veva dito (piccuestiona di rima) “ Destra e sinistra insieme in una gran radura per far festa qua nell’aldilà. C’è chi fa festa per propria cultura e chi fa festa per l’Unità” e lo diavolo che ci accompagnava aggiunse sorridento sotto i baffi lunchi e ricci “Speriamo che il tutto finisca, come al solito, in una bella rissa con ricche scazzottate, mazzate e tanti punti di sutura”.
Li guardai entrambi con sguardo orgoglioso e nebetito e dissi “Nunn’è possibbolo che accata proprio oggi che so qua ijo. Mi arriconosceranno e si calmeranno, mica gli arricapiterà d’avermi n’altra voltra tra loro e si rispetteranno. Ciò l’alloro, ‘sò ‘nna crante penna ijo, so il ti-vino, il sommo, insomma so ijo, Gas” (Tenco l’alloro e sò poeta che se tenevo il peperoncino e il pomodoro siccome so pure penna, e che penna, sarei arrabbiato*).
Così Vircilio mi portò sopra n’altura daddove si avvedva prorio beno sia il circo della destra che la festa dell’Unità della sinistra. D’altronte era con me come cuita picchè aveva superato il concorso senza raccomandazioni dimostrando d’essere esperto e, di sicuro, affidabbolo.
Dalla sommità del monto viti così il circo della destra, il circo del cavaliero, con Sivvio pissonalmento di pissona in fracco e tacchi che ticeva “Entrino lor signori entrino, che più cente entra e s’iscrive e più bestie si vetono. Oltre a fare l’operaio, il presidente, il suonatore e tutto quello che c’era da fare e da non faro ho fatto pure cuesto mistiero e molto altro in vita”
“Macaro ha fatto anco il sommo” pinsai tra me e me metesimo cuartanto sorritento Vircilio che annuiva.
Nella prima pista c’era Bosso, lechista dichiarato, che se ne stava sull’asse mentre Fino saltava sull’altra parte dell’asse e lo faceva volare in aria e Bosso si antava a posizionaro su una seggiola posta all’estremità di una pertica d’acciaio che Buttigliono tineva in ecuilibbrio ma proprio mentre Bosso si stava sitento Bottigliono gli toglieva la secciolina e Bosso si seteva direttamento sulla pertica d’acciaio ‘ncantiscenta.
Granti risate. S’invertono i ruoli: Bosso tiene la pertica d’acciaio, Fino è sull’asse e vola e Bottigliono salta.
Granti risate, si cambiano ancora i ruoli: ora è Fino che tiene la pertica, Bottigliono é sull’asse e Bosso salta.
Nuovo cambio, escono i tre ed entrano Scaiola, Formentini e Vito e si ricomincia. Che bello, che meraviglia.
Tutti ritono e si addivertono per tutti i secoli dei secoli.
Nell’altra pista c’erano i claunicuilibristi Castelli, Tvemonti e Marroni; bravissimi picchè arriuscivano (e arriescono) a stare pirfittamente in ecuilibrio sul filo e sulle balle di tutti cuanti con abilità straordinaria. Cuelli che volevano, poi, potevano tirare coltelli e pietre e cercare di farli cadere nel braciere sottostante dove, un diavolo con un enorme forcone, li prendeva per i maroni e li rimetteva sul filo per ricominciare la ciostra. Chi arriusciva a buttalli ciù vinceva un orsacchiotto oppure, a scelta, una bambola. Con tre centri consecutivi si vinceva anco una bambola confiabbola con tanto di zinne e labbra siliconate.
Granti risate e divettimento sicurato pettutti.
Nella tezza pista il tomatore destratore di cani feroci Casino circava di non faro rabbiaro e baiaro Taommina e attri cintinai d’animali, tra cui arriconobbi la Santa ché? La Mussolina e la Ompretta Kolli (nonostante fossero truccate come Moira Orfei durante e fuoro dalla spettacolo).
Cranti risate e addivertimento pettutti cuanti.
Tolsi lo scuardo dal cicco pi pottarlo sulla festa dell’Unità che era dall’attra parte e, piccuesto motivo, chiamata dell’Uniquà.
La festa era teticata al masochismo e, infatti, nel primo stand c’era il bugjappinc con tutti i compagni che si buttavano da mille metri di attezza licati solo con l’elastico della mutanda. Scentevano vilocimente verso terra con la faccia incazzata alla Tiliperto e arritornavano sopra con un’altra che somi e gliava a Topolino picchè le palle gli erano rivate alle orecchie.
Straortinario. Risate pittutti.
A fianco c’era lo stand di Castagnetto che venteva palle pettiralle in faccia a Beltrono e Rontella. Chi riusciva a coppilli vinceva il tiritto a sputalli in faccia, se colpiva tre votte di secuito vinceva dirittura il tiritto di dargli un calcio nelle palle.
Castagnetto p’encitaro al cioco diceva “Pigliate l’esempio da Belluscono, con tutte le palle che à tetto e tice accuartate cuanti soddi che tieno…”
Risate e divettimento sicurato, specie piccueli che vincento potevano tiraro anche calci, infatti c’era la fila, nisciuno voleva arrinunciaro alla sottisfazione di tiraro un caucio dove non piglia il solo a cuei tue.
Nello stand vicino c’era il pezzo forte della sinistra: il calcio in culo infatti c’erano due diavoli che impersonificavano, a turno, gli avversari della sinistra e davano calcioni in culo a tutti i compagni che si mettevano in fila, li prendevano dai diavoli e poi se li davano anche tra loro. Il tutto al suono di una musica che proveniva da un ciubbox con l’uttimo successo di Talema che cantava “Avanti popolo, alla riscossa, giochiamo in borsa, giochiamo in borsa”


* Si no l’avete accapita (e probabbilmento non l’avete accapita ma non fa niento) basta chietermelo che ve lo spieco**

** Spiecaziona: sono all’inferno, c’è la festa dell’ìUnità della sinistra e il circo per la destra. Sono poeta perché scrivo e, quindi sono penna (penne al plurale) e dats Ke sono poeta e sommo ho l’alloro sulla capa. Se avessi il pomodoro e il peperoncino sarei penna all’arrabbiata.




La Ti - Vino commetia


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